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Autore: silvia

Novità sulla Leishmaniosi nel cane

La Leishmaniosi è una malattia parassitaria causata dal protozoo Leishmania infantum, trasmesso dalla puntura di piccoli insetti ematofagi chiamati flebotomi o pappataci. Il cane rappresenta il principale serbatoio del parassita e può sviluppare una malattia sistemica che coinvolge diversi organi come pelle, linfonodi, fegato, milza e reni.

Negli ultimi anni la leishmaniosi è diventata una malattia in evoluzione, con cambiamenti importanti sia nella diffusione geografica sia nelle strategie di prevenzione e gestione clinica.

Questo articolo riassume le principali novità emerse negli ultimi anni, con particolare attenzione alla situazione nel Nord Italia e nel Veneto.

La leishmaniosi oggi: una malattia in espansione

Tradizionalmente la leishmaniosi era considerata una malattia tipica delle regioni mediterranee e del Sud Italia, dove il clima caldo favorisce la presenza dei flebotomi.

Negli ultimi decenni però lo scenario è cambiato. Oggi la malattia è in espansione anche verso le regioni settentrionali, dove un tempo era rara o assente.

In Italia sono stati segnalati casi in oltre 2.600 comuni, circa un terzo del territorio nazionale.

Le principali cause di questa diffusione sono:

  • cambiamenti climatici, che favoriscono la sopravvivenza dei flebotomi anche in aree più fredde

  • spostamenti e adozioni di cani provenienti da zone endemiche

  • urbanizzazione e modificazioni ambientali

Secondo studi epidemiologici, nuovi focolai di infezione sono stati individuati anche in regioni settentrionali precedentemente considerate non endemiche, dimostrando la presenza stabile dei vettori della malattia.

La diffusione nel Nord Italia e in Veneto

Uno degli aspetti più rilevanti degli ultimi anni riguarda la comparsa di casi autoctoni nel Nord Italia.

Indagini epidemiologiche hanno infatti evidenziato:

  • presenza di flebotomi vettori anche nell’Italia nord-orientale

  • comparsa di focolai sporadici di leishmaniosi canina in alcune province settentrionali.

Nel Veneto, in particolare, la situazione è oggetto di crescente attenzione da parte delle autorità sanitarie e degli istituti veterinari.

La regione ha avviato programmi di sorveglianza epidemiologica e monitoraggio dei vettori, proprio per valutare l’evoluzione della malattia nel territorio.

Le aree considerate più favorevoli alla diffusione sono:

  • zone collinari e pedemontane (colli Berici e Colli Euganei)

  • aree rurali con vegetazione e presenza di animali

  • zone con clima mite e umidità elevata

In generale, ambienti collinari e pedemontani del Nord-Est presentano condizioni ecologiche sempre più adatte allo sviluppo dei flebotomi.

Per questo motivo oggi la leishmaniosi non può più essere considerata una malattia esclusivamente del Sud Italia.

Novità nelle terapie della leishmaniosi

Dal punto di vista terapeutico non esiste ancora una cura definitiva che elimini completamente il parassita dall’organismo. Tuttavia negli ultimi anni sono stati fatti importanti progressi nella gestione clinica della malattia.

Terapie farmacologiche più utilizzate

I protocolli terapeutici attualmente più diffusi prevedono la combinazione di:

  • antimoniato di meglumina

  • allopurinolo

Questa associazione rimane uno dei trattamenti di riferimento per controllare la malattia.

Un’altra opzione terapeutica sempre più utilizzata è la miltefosina, un farmaco somministrato per via orale che ha mostrato efficacia simile agli antimoniati in diversi studi.

Nuovi approcci terapeutici

Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata anche su:

  • protocolli terapeutici più personalizzati

  • monitoraggio più accurato della carica parassitaria

  • utilizzo di terapie di supporto per ridurre le complicazioni renali

L’obiettivo non è solo controllare il parassita, ma anche migliorare la qualità e la durata della vita del cane affetto.

Le novità nella prevenzione

La prevenzione resta l’arma più efficace contro la leishmaniosi.

Oggi la strategia preventiva si basa su tre livelli di protezione.

1. Protezione contro il flebotomo

È il pilastro principale della prevenzione.

Si basa sull’uso di prodotti repellenti come:

  • collari antiparassitari

  • spot-on

  • spray repellenti

Questi prodotti riducono il rischio di puntura da parte dei flebotomi e quindi la trasmissione del parassita.

2. Misure comportamentali

Poiché i pappataci sono attivi soprattutto dal tramonto all’alba, è consigliabile:

  • evitare passeggiate serali nelle zone a rischio

  • far dormire il cane in casa durante la notte

  • ridurre l’esposizione in ambienti rurali o ricchi di vegetazione

Queste misure riducono significativamente la probabilità di puntura.

3. Vaccinazione

Negli ultimi anni è diventata disponibile anche la vaccinazione contro la leishmaniosi.

Il vaccino non impedisce completamente l’infezione, ma aiuta il sistema immunitario del cane a controllare il parassita e riduce il rischio di sviluppare la malattia clinica.

Perché oggi la prevenzione è ancora più importante

Negli ultimi anni gli studi epidemiologici mostrano che la leishmaniosi è sempre più diffusa in Italia e in Europa, con un aumento sia della presenza del parassita sia dei flebotomi vettori.

Questo significa che anche nelle regioni del Nord, compreso il Veneto, la prevenzione deve essere considerata una pratica veterinaria di routine, soprattutto nei mesi caldi.

Conclusione

La leishmaniosi è una malattia conosciuta da tempo, ma negli ultimi anni lo scenario epidemiologico sta cambiando.

La diffusione verso il Nord Italia, la presenza dei vettori anche in nuove aree e l’aumento dei casi rendono questa patologia una sfida sempre più attuale per la medicina veterinaria.

Le novità riguardano soprattutto:

  • maggiore sorveglianza epidemiologica

  • nuovi protocolli terapeutici più efficaci

  • strategie di prevenzione integrate, che combinano repellenti, vaccinazione e controlli veterinari.

Per questo motivo oggi è fondamentale che i proprietari di cani siano informati e adottino misure preventive adeguate, anche in regioni che fino a pochi anni fa erano considerate a basso rischio.

FAQ – Novità sulla leishmaniosi nel cane

La leishmaniosi è ancora una malattia tipica solo del Sud Italia?

No. Negli ultimi anni la Leishmaniosi si è diffusa anche nelle regioni del Nord Italia, dove un tempo era considerata rara. Questo cambiamento è legato soprattutto ai cambiamenti climatici, che favoriscono la presenza dei flebotomi (pappataci) anche in aree più settentrionali.

Oggi casi di leishmaniosi canina vengono segnalati anche in regioni come Veneto, Lombardia, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia.

In Veneto esiste davvero il rischio di leishmaniosi?

Sì. Negli ultimi anni sono stati segnalati casi autoctoni, cioè infezioni contratte direttamente sul territorio.

Le aree considerate più favorevoli alla presenza dei flebotomi sono:

  • zone collinari e pedemontane

  • aree rurali o con vegetazione

  • zone con clima mite e umidità elevata

Per questo motivo oggi la prevenzione è consigliata anche per i cani che vivono stabilmente in Veneto, non solo per quelli che viaggiano nel centro o sud Italia.

Sono cambiate le terapie per la leishmaniosi?

Negli ultimi anni sono migliorati soprattutto i protocolli terapeutici e il monitoraggio della malattia.

Oggi il veterinario può scegliere tra diverse opzioni terapeutiche, tra cui:

  • antimoniato di meglumina

  • allopurinolo

  • miltefosina

Questi trattamenti non eliminano completamente il parassita, ma permettono di controllare la malattia e migliorare la qualità di vita del cane.

Un cane con leishmaniosi può vivere a lungo?

Sì. Con diagnosi precoce, terapia adeguata e controlli regolari, molti cani affetti da leishmaniosi possono vivere per anni con una buona qualità di vita.

Il monitoraggio è importante soprattutto per controllare eventuali complicazioni renali, che rappresentano una delle principali conseguenze della malattia.

Il vaccino contro la leishmaniosi è una novità?

La vaccinazione è relativamente recente rispetto ad altre strategie di prevenzione.

Il vaccino non impedisce completamente l’infezione, ma aiuta il sistema immunitario del cane a controllare il parassita e riduce il rischio di sviluppare la malattia clinica.

Per una protezione efficace il vaccino dovrebbe essere sempre associato a prodotti repellenti contro i flebotomi.

Quando bisogna iniziare la prevenzione?

La prevenzione dovrebbe iniziare prima dell’inizio della stagione dei pappataci, generalmente in primavera.

I flebotomi sono attivi soprattutto:

  • da aprile a ottobre

  • nelle ore serali e notturne

Per questo è importante mantenere la protezione antiparassitaria per tutta la stagione a rischio.

È utile fare controlli periodici anche se il cane sembra sano?

Sì. Alcuni cani infetti possono restare asintomatici per molto tempo.

Per questo nelle zone a rischio è consigliabile eseguire test di screening annuali, soprattutto se il cane:

  • vive in aree dove la malattia è presente

  • viaggia frequentemente

  • non è sempre stato protetto con antiparassitari repellenti.

L’ecografia in medicina veterinaria

Negli ultimi anni l’ecografia è diventata una delle indagini diagnostiche più importanti nella pratica veterinaria quotidiana. Si tratta di una metodica non invasiva, indolore e priva di radiazioni ionizzanti che consente di osservare in tempo reale organi e tessuti interni degli animali.

Grazie alle moderne apparecchiature ecografiche, oggi è possibile individuare precocemente molte patologie, monitorarne l’evoluzione e guidare eventuali trattamenti terapeutici.

Come funziona l’ecografia

L’ecografia utilizza ultrasuoni, onde sonore ad alta frequenza non percepibili dall’orecchio umano. Queste onde attraversano i tessuti e vengono riflesse in modo differente a seconda della loro densità.

La sonda ecografica raccoglie questi echi e li trasforma in immagini che permettono al veterinario di valutare:

  • dimensioni e morfologia degli organi

  • struttura dei tessuti

  • presenza di liquidi, masse o alterazioni

  • funzionalità dinamica di alcuni organi

Nella maggior parte dei casi non è necessaria sedazione e l’esame dura pochi minuti.

Quando l’ecografia è particolarmente utile

Ecografia addominale

È tra gli esami più richiesti perché consente di studiare fegato, reni, milza, pancreas, apparato urinario e riproduttivo.

Caso clinico tipico
Un cane adulto presenta vomito intermittente e dimagrimento. Gli esami del sangue mostrano lievi alterazioni epatiche. L’ecografia evidenzia una massa epatica iniziale non palpabile clinicamente, permettendo una diagnosi precoce e un intervento tempestivo.

Ecocardiografia

Permette di osservare il cuore in movimento e valutare valvole, camere cardiache e flussi sanguigni.

Caso clinico tipico
Un gatto apparentemente sano viene visitato per un soffio cardiaco rilevato durante un controllo vaccinale. L’ecocardiografia evidenzia una cardiomiopatia ipertrofica iniziale, consentendo monitoraggio e terapia precoce.

Ecografia dell’apparato urinario

Molto utile per patologie renali e vescicali.

Caso clinico tipico
Un cane con difficoltà a urinare viene sottoposto a ecografia: l’esame mostra calcoli vescicali non visibili chiaramente alla radiografia. La diagnosi permette una gestione terapeutica mirata.

Ecografia riproduttiva

Fondamentale sia nei piccoli animali sia negli equini e negli animali da allevamento.

Caso clinico tipico
Una cagna destinata alla riproduzione viene controllata dopo l’accoppiamento. L’ecografia consente diagnosi precoce di gravidanza e monitoraggio dello sviluppo embrionale, permettendo una gestione corretta della gestazione.

Ecografia d’urgenza

Sempre più utilizzata in pronto soccorso veterinario.

Caso clinico tipico
Un gatto investito arriva in clinica con sospetta emorragia interna. L’ecografia FAST evidenzia liquido libero addominale compatibile con sanguinamento, permettendo un intervento immediato.

I vantaggi dell’ecografia

  • metodica sicura e ripetibile

  • esame dinamico in tempo reale

  • spesso non richiede anestesia

  • supporto fondamentale ad altre indagini (radiografia, TAC, esami di laboratorio)

In molti casi consente diagnosi precoci che migliorano significativamente prognosi e qualità di vita dell’animale.

I limiti della metodica

Nonostante l’elevata utilità, l’ecografia presenta alcune limitazioni:

  • presenza di gas intestinali o obesità che riducono la qualità dell’immagine

  • difficoltà nello studio di strutture contenenti aria o osso

  • forte dipendenza dall’esperienza dell’operatore

Per questo spesso viene integrata con altri esami diagnostici.

Il ruolo dell’esperienza del veterinario

L’interpretazione delle immagini ecografiche richiede formazione specifica, esperienza clinica e aggiornamento continuo.
Un esame ecografico ben eseguito e correttamente interpretato può fare la differenza tra una diagnosi precoce e una tardiva.

Conclusioni

L’ecografia è oggi uno strumento diagnostico indispensabile in medicina veterinaria.
Permette diagnosi rapide, monitoraggi efficaci e interventi tempestivi, contribuendo in modo concreto alla salute e al benessere degli animali.

Affidarsi a veterinari esperti e a strutture dotate di tecnologia adeguata consente di sfruttare appieno le potenzialità di questa metodica.

Epilessia nel cane e nel gatto, consigli pratici per i proprietari

L’epilessia è una delle cause più frequenti di crisi convulsive ricorrenti nel cane e una condizione tutt’altro che rara anche nel gatto. È importante distinguere la “crisi epilettica” (l’evento) dalla “epilessia” (la malattia: crisi ricorrenti dovute a una predisposizione del cervello a generarle).

1) Che cos’è l’epilessia

Crisi epilettica = episodio improvviso dovuto a una scarica elettrica anomala e sincronizzata di neuroni cerebrali.
Epilessia = presenza di crisi ricorrenti non provocate (o comunque non spiegate da un singolo evento occasionale).

Classificazione delle cause

Oggi si ragiona in tre grandi categorie:

  1. Epilessia idiopatica (IE): nessuna lesione strutturale identificabile e nessuna causa metabolica/tossica evidente; nel cane è molto comune.

  2. Epilessia strutturale: esiste una lesione cerebrale (tumori, encefaliti, malformazioni, esiti vascolari/traumatici, ecc.).

  3. Crisi reattive: il cervello è “strutturalmente normale”, ma reagisce a un problema extracranico (ipoglicemia, alterazioni elettrolitiche, epatopatie, intossicazioni, ecc.).

Questa impostazione è alla base delle linee di consenso internazionali in veterinaria.

Nel gatto, rispetto al cane, spesso la probabilità di una causa strutturale può essere più alta (a seconda di età e contesto clinico), quindi l’iter diagnostico tende ad essere più “aggressivo” verso imaging e indagini avanzate quando indicato.

2) Come si manifesta: segni tipici prima, durante e dopo la crisi

Le crisi non sono tutte uguali. In pratica le vediamo così:

A) Fase pre-critica (aura/prodromi)

Il proprietario può notare minuti/ore prima:

  • irrequietezza, ricerca del contatto

  • vocalizzi, ansia

  • nel gatto: improvvise “stranezze” comportamentali (talvolta molto sottili)

B) Crisi (ictus)

  • Generalizzata tonico-clonica: perdita di coscienza, irrigidimento, paddling, scialorrea, talvolta urine/feci.

  • Focale: tremori/localizzazioni (un arto, muso), scatti, automatismi, “fly-biting”, movimenti ripetitivi; può evolvere in generalizzata.

C) Post-ictus

Da minuti a ore (a volte di più):

  • disorientamento, fame/sete intensa

  • andatura instabile, cecità transitoria

  • nel gatto: può esserci una fase di “stress”

 

3) Cause: cosa dobbiamo cercare

Le cause sospette cambiano molto con:

  • età d’esordio

  • tipo di crisi

  • esame neurologico tra una crisi e l’altra

  • presenza di segni sistemici

Cause frequenti da considerare

  • Idiopatica / genetica: soprattutto nel cane giovane-adulto, con visita neurologica intercritica normale (ma non è una regola assoluta).

  • Encefaliti / meningoencefaliti (infettive o immunomediate)

  • Neoplasie intracraniche (più probabili con l’età)

  • Malformazioni (es. idrocefalo, anomalie corticali)

  • Vascolari / traumatiche

  • Metaboliche/tossiche (reattive): ipoglicemia, uremia, shunt/epatopatie, ipocalcemia,  intossicazioni (lumachicidi, piretroidi, ecc.). Nel gatto le crisi reattive rappresentano una quota rilevante dei disturbi convulsivi riportati in letteratura.

 

4) Come si arriva alla diagnosi

L’obiettivo non è solo “dire che è epilessia”, ma soprattutto capire quale tipo (idiopatica vs strutturale vs reattiva), perché terapia e prognosi cambiano.

Step 1 — Anamnesi precisa + video

  • Frequenza, durata, orario, eventuali trigger

  • Descrizione della fase post-critica

  • Farmaci/antiparassitari, possibili tossici

  • Video: spesso vale più di mille parole.

Step 2 — Visita clinica + neurologica

  • Se l’esame neurologico non è normale tra le crisi, aumenta il sospetto di causa strutturale.

Step 3 — Esami di base

  • Emocromo + biochimico + elettroliti

  • Glicemia

  • Valutazione epatica (± acidi biliari/ammoniemia se indicati)

  • Urine

  • Pressione, eventualmente test mirati (es. tiroide nel cane, a seconda del caso)

Step 4 — Indagini avanzate quando indicate

  • RM encefalo (gold standard) ± TC (se RM non disponibile)

  • Liquor (CSF) se sospetto infiammatorio/infettivo

  • Test infettivologici mirati in base a segni e area geografica

  • EEG: in veterinaria è meno diffuso rispetto all’umana, ma può essere utile in selezionati casi/centri.

 

5) Terapie: cosa possiamo fare davvero

Quando iniziare una terapia di mantenimento?

In genere (regola pratica condivisa) quando:

  • le crisi sono frequenti o in aumento,

  • compaiono cluster (più crisi in 24 h),

  • o c’è stato status epilepticus,

  • o l’impatto sulla qualità di vita è rilevante.

A) Terapia di fondo nel cane

Farmaci comunemente usati :

  • Fenobarbital: molto efficace, richiede monitoraggio clinico e laboratoristico.

  • Imepitoina: autorizzata in UE per ridurre la frequenza di crisi generalizzate da epilessia idiopatica nel cane (con appropriate valutazioni cliniche).

  • Bromuro di potassio: spesso come add-on nei refrattari (attenzione a dieta e effetti collaterali).

  • Levetiracetam: spesso come add-on o in protocolli particolari; utile anche in alcuni scenari d’urgenza.

  • Zonisamide e altri: soprattutto come terapia aggiuntiva in casi selezionati.

Monitoraggio: obiettivo non è sempre “zero crisi”, ma riduzione significativa della frequenza/severità, con effetti collaterali accettabili.

B) Terapia di fondo nel gatto

Nel gatto si usano spesso:

  • Fenobarbital come prima scelta in molte situazioni

  • Levetiracetam come monoterapia o add-on (buon profilo di sicurezza in molti pazienti)

  • Zonisamide: evidenze in crescita e spesso ben tollerato

La letteratura sui farmaci nel gatto è meno robusta rispetto al cane, quindi la gestione va ancora più personalizzata.

C) Gestione delle emergenze: crisi prolungata, cluster, status epilepticus

Questi sono i casi davvero pericolosi.

  • Status epilepticus: crisi continua o crisi ripetute senza recupero completo → emergenza assoluta.

  • Cluster: più crisi ravvicinate (tipicamente nelle 24 ore) → elevato rischio di peggioramento.

Rescue “a casa” (solo se prescritto dal veterinario con istruzioni scritte):

  • Tradizionalmente diazepam rettale

  • Sempre più interesse per midazolam intranasale, che in studi clinici risulta efficace e spesso superiore al diazepam rettale per interrompere l’emergenza convulsiva (in contesti controllati).

 

6) Aspettative di vita e prognosi

Dipende soprattutto dalla causa:

  • Idiopatica ben controllata: molti cani e gatti possono avere aspettativa di vita buona, con una vita normale o quasi, se terapia e follow-up sono corretti.

  • Strutturale (tumori/encefaliti ecc.): prognosi molto variabile, legata alla patologia di base e alla risposta al trattamento specifico.

  • Reattiva: spesso ottima se si corregge la causa (es. ipoglicemia/intossicazione).

Prognosi peggiore quando:

  • crisi molto frequenti, cluster/status,

  • scarsa risposta a ≥2 farmaci ben gestiti,

  • comorbidità importanti.

 

7) Novità e “frontiere” nelle terapie

A) Dieta e nutraceutica: MCT (trigliceridi a catena media)

Nei cani con epilessia idiopatica, diversi studi mostrano che una dieta/supplementazione arricchita in MCT può ridurre crisi e migliorare alcuni aspetti comportamentali in una parte dei pazienti, come supporto (non sostituto) ai farmaci.

B) Cannabidiolo (CBD): risultati interessanti, ma non “miracolosi”

Trial controllati mostrano riduzioni statisticamente significative di frequenza/giorni con crisi in alcuni cani, ma la quota di “super-responder” non è sempre diversa dal placebo e servono attenzione e monitoraggi (possibili aumenti di enzimi epatici, disturbi GI, sedazione/atassia).
In pratica: può essere valutato in casi selezionati e seguiti bene, non come fai-da-te.

C) Rescue più moderno

Cresce l’uso (guidato dal veterinario) di protocolli di rescue più efficaci e pratici, incluso l’interesse per midazolam intranasale.

8) Consigli pratici per i proprietari: cosa fare durante una crisi

Cosa fare

  1. Resta calmo e guarda l’orologio: la durata è un dato clinico fondamentale.

  2. Metti in sicurezza: allontana oggetti, proteggi la testa con qualcosa di morbido, spegni luci forti/TV se possibile.

  3. Non mettere le mani in bocca: non “inghiotte la lingua”, ma può mordere involontariamente.

  4. Non bloccare i movimenti.

  5. Registra un video se puoi farlo senza rischi.

  6. Dopo la crisi: ambiente tranquillo, poca stimolazione, acqua quando è pienamente vigile (attenzione a voracità e disorientamento).

Quando è emergenza e devi andare subito in clinica

  • Crisi che dura > 5 minuti

  • Due o più crisi ravvicinate senza recupero completo

  • Difficoltà respiratoria, cianosi, ipertermia marcata

  • Prima crisi in assoluto (soprattutto se cucciolo/gattino o animale anziano)

  • Sospetta ingestione di tossici

Cosa fare nelle 24–48 ore successive

  • Nota su un diario: data/ora, durata, tipo, recupero, possibili trigger

  • Contatta il veterinario per ricalibrare terapia o diagnostica

  • Se previsto: segui il protocollo di rescue prescritto (mai improvvisare dosaggi)

 

9) Messaggi chiave da “portare a casa”

  • L’epilessia si gestisce: spesso non si “guarisce”, ma si può controllare bene.

  • La diagnosi è un percorso: prima escludere le cause reattive, poi valutare strutturale vs idiopatica.

  • Il successo dipende molto da aderenza alla terapia, monitoraggi e diario delle crisi.

  • Le novità più concrete oggi: approcci dietetici (MCT) in alcuni cani, CBD in casi selezionati con monitoraggio, e protocolli d’urgenza/rescue sempre più standardizzati.

La sterilizzazione del gatto, un atto di responsabilità

La sterilizzazione del gatto è uno degli interventi più importanti nella medicina veterinaria preventiva. Non si tratta solo di evitare cucciolate indesiderate, ma di una scelta consapevole che tutela la salute del singolo animale, il benessere della popolazione felina e la convivenza con l’uomo. Vediamo perché sterilizzare un gatto è, a tutti gli effetti, un atto di responsabilità.

1. Controllo della sovrappopolazione felina

Il gatto è una specie estremamente prolifica.
Una femmina può andare in estro più volte all’anno e iniziare a riprodursi già a 5–6 mesi di età. In condizioni favorevoli, una singola gatta e la sua discendenza possono generare decine di gatti in pochi anni.

La conseguenza è la formazione di:

  • colonie feline non controllate

  • aumento del randagismo

  • maggior diffusione di malattie infettive

  • aumento della mortalità per fame, traumi e avvelenamenti

Sterilizzare significa prevenire nascite che non avrebbero un futuro garantito, riducendo sofferenza e abbandoni.

2. Benefici sulla salute della femmina

La sterilizzazione (ovariectomia o ovarioisterectomia) ha importanti effetti protettivi:

  • Elimina il rischio di piometra, una grave infezione dell’utero potenzialmente fatale

  • Riduce drasticamente il rischio di tumori mammari, soprattutto se eseguita prima del primo o del secondo calore

  • Previene cisti ovariche e patologie uterine

  • Evita stress ormonali continui legati ai calori ripetuti

Dal punto di vista medico, è uno degli interventi preventivi con il miglior rapporto rischio/beneficio.

3. Benefici sulla salute del maschio

La castrazione del gatto maschio comporta:

  • Riduzione delle fughe e del vagabondaggio, con conseguente diminuzione di incidenti stradali e traumi

  • Minor incidenza di morsi e ferite da combattimento, spesso veicolo di FIV e FeLV

  • Riduzione di patologie prostatiche e testicolari

  • Diminuzione dello stress cronico legato alla competizione sessuale

Un maschio sterilizzato vive mediamente più a lungo e con meno rischi.

4. Miglioramento del comportamento e della convivenza

La sterilizzazione ha un impatto significativo sul comportamento:

  • Riduzione o eliminazione della marcatura urinaria

  • Diminuzione di vocalizzazioni intense e prolungate

  • Minore aggressività intra- e interspecifica

  • Maggiore stabilità emotiva

Questo migliora la qualità della vita del gatto e il rapporto con il proprietario, riducendo una delle principali cause di abbandono.

5. Un dovere etico e sociale

Sterilizzare un gatto non è solo una scelta privata, ma un gesto con ricadute sociali ed etiche:

  • Riduce il carico su rifugi e associazioni

  • Limita la diffusione di malattie zoonotiche e infettive

  • Migliora la gestione delle colonie feline

  • Dimostra rispetto per la vita animale

Essere proprietari responsabili significa prevenire problemi, non rincorrerli quando è troppo tardi.

Conclusioni

La sterilizzazione del gatto è una scelta di civiltà, di prevenzione e di amore consapevole.
Non priva l’animale di qualcosa, ma gli garantisce una vita più lunga, più sana e più equilibrata, contribuendo al tempo stesso al benessere collettivo.

Come veterinari, abbiamo il compito non solo di eseguire un intervento chirurgico, ma di informare, educare e guidare i proprietari verso scelte responsabili.

Ipertiroidismo del gatto: guida completa per i proprietari

L’ipertiroidismo felino è una delle endocrinopatie più frequenti nel gatto adulto-anziano. Si tratta di una patologia cronica che, se non riconosciuta e trattata correttamente, può avere conseguenze importanti su cuore, reni e qualità di vita dell’animale.

Vediamo nel dettaglio cos’è, quando si manifesta, quali sintomi provoca, come si cura e cosa devono sapere i proprietari.

Cos’è l’ipertiroidismo del gatto

L’ipertiroidismo è una condizione caratterizzata da eccessiva produzione degli ormoni tiroidei, principalmente tiroxina (T4) e triiodotironina (T3), da parte della ghiandola tiroidea.

Nel gatto, nella stragrande maggioranza dei casi, la causa è una iperplasia adenomatosa benigna o un adenoma tiroideo funzionale.
Il carcinoma tiroideo è raro in questa specie.

L’eccesso di ormoni tiroidei determina un aumento del metabolismo basale, con effetti sistemici su:

  • apparato cardiovascolare

  • sistema nervoso

  • apparato digerente

  • muscolatura

  • funzione renale

 

A che età si manifesta

L’ipertiroidismo è una patologia tipica del gatto anziano.

  • Età media di insorgenza: 10–13 anni

  • Raro nei gatti sotto i 7 anni

  • L’incidenza aumenta progressivamente con l’età

Per questo motivo è fortemente consigliato includere il dosaggio della T4 totale nei controlli di routine dei gatti senior.

Sintomi dell’ipertiroidismo nel gatto

I segni clinici possono essere inizialmente sfumati e facilmente sottovalutati dal proprietario. Con il tempo, diventano più evidenti.

Sintomi più comuni

  • Perdita di peso nonostante appetito aumentato (polifagia)

  • Iperattività, nervosismo, irrequietezza

  • Aumento della sete e della minzione (polidipsia e poliuria)

  • Vomito e/o diarrea

  • Pelo opaco, arruffato, scarsa cura del mantello

  • Debolezza muscolare, soprattutto degli arti posteriori

Segni cardiovascolari

  • Tachicardia

  • Soffi cardiaci

  • Ipertrofia cardiaca secondaria (cardiomiopatia ipertrofica funzionale)

Altri segni possibili

  • Intolleranza al caldo

  • Vocalizzazioni notturne

  • Aggressività o cambiamenti comportamentali

 

Diagnosi

La diagnosi si basa sull’integrazione di:

  • Visita clinica accurata

  • Dosaggio della T4 totale (test di screening)

  • Esami emato-biochimici di supporto

  • Valutazione della funzione renale (creatinina, SDMA)

Nei casi dubbi può essere utile:

  • T4 libera (fT4)

  • Rivalutazione a distanza di tempo

È fondamentale ricordare che l’ipertiroidismo può mascherare una malattia renale cronica, che può emergere dopo l’inizio della terapia.

Terapie disponibili

La scelta terapeutica dipende da età, condizioni generali del gatto, presenza di comorbidità e possibilità gestionali del proprietario.

1. Terapia farmacologica

  • Metimazolo (orale o transdermico)

  • Riduce la sintesi degli ormoni tiroidei

  • Terapia cronica e reversibile

  • Richiede controlli periodici (emocromo, fegato, T4)

Possibili effetti collaterali:

  • Vomito

  • Anoressia

  • Prurito facciale

  • Alterazioni ematologiche (rare ma possibili)

 

2. Dieta a basso contenuto di iodio

  • Dieta veterinaria specifica

  • Può essere efficace solo se seguita in modo esclusivo

  • Non adatta a gatti che escono o convivono con altri animali con alimentazione diversa

 

3. Terapia con iodio radioattivo (I-131)

  • Trattamento definitivo

  • Distrugge selettivamente il tessuto tiroideo iperfunzionante

  • Altissima percentuale di successo

  • Disponibile solo in centri specializzati

  • Richiede isolamento temporaneo post-trattamento


4. Chirurgia tiroidea

  • Oggi meno utilizzata

  • Indicata in casi selezionati

  • Rischio anestesiologico nel gatto anziano

  • Possibili complicanze (ipoparatiroidismo, recidive)

 

Consigli pratici per i proprietari

  • Non sottovalutare dimagrimento e iperfagia nel gatto anziano

  • Effettuare controlli annuali (o semestrali dopo i 10 anni)

  • Seguire scrupolosamente la terapia prescritta

  • Non sospendere o modificare i farmaci senza consultare il veterinario

  • Monitorare appetito, peso, comportamento e frequenza cardiaca

  • Accettare che la terapia richieda controlli periodici nel tempo

 

Conclusione

L’ipertiroidismo del gatto è una patologia frequente, diagnosticabile e trattabile. Una diagnosi precoce e una gestione corretta permettono al gatto di mantenere una buona qualità di vita anche in età avanzata.

Il ruolo del veterinario e la collaborazione del proprietario sono fondamentali per il successo terapeutico.

FORL nel gatto: una malattia dentale frequente e dolorosa

La FORL (Feline Odontoclastic Resorptive Lesions), nota anche come lesioni riassorbitive dentali del gatto, è una delle patologie più comuni e allo stesso tempo più sottovalutate nella medicina felina. Colpisce soprattutto i gatti adulti e anziani, ma può comparire anche in soggetti più giovani, causando dolore intenso spesso non riconosciuto dal proprietario. Questo articolo ha l’obiettivo di aiutare i proprietari a capire cos’è la FORL, come riconoscerla e perché è fondamentale intervenire.

Cos’è la FORL del gatto

La FORL è una patologia caratterizzata da un riassorbimento progressivo del tessuto dentale, dovuto all’attivazione anomala degli odontoclasti, cellule deputate normalmente al rimodellamento osseo. Nel gatto affetto da FORL, queste cellule iniziano a distruggere:
  • cemento
  • dentina
  • smalto
Il processo parte spesso a livello del colletto dentale, in prossimità della gengiva, e può estendersi fino alla radice.

Quanto è diffusa la FORL

La FORL è estremamente frequente:
  • interessa oltre il 50% dei gatti sopra i 5 anni
  • la prevalenza aumenta con l’età
  • molti gatti hanno più denti colpiti contemporaneamente
Proprio perché così comune, viene spesso considerata “normale”, ma non lo è.

Perché la FORL è così dolorosa

Le lesioni riassorbitive espongono la dentina e la polpa dentale, provocando:
  • dolore acuto durante la masticazione
  • ipersensibilità al caldo e al freddo
  • infiammazione cronica
Il gatto, però, tende a mascherare il dolore, continuando a mangiare ma modificando il modo in cui lo fa.

I segnali da non sottovalutare

I sintomi della FORL sono spesso subdoli:
  • Diminuzione dell’appetito o selettività alimentare
  • Masticazione solo da un lato
  • Caduta di cibo dalla bocca
  • Eccessiva salivazione
  • Alito cattivo persistente
  • Irritabilità o cambiamenti di comportamento
  • Gatto che smette di farsi toccare la testa
In molti casi, l’unico segnale evidente è un cambiamento del carattere.

Come si diagnostica la FORL

La diagnosi si basa su:
  1. Visita orale approfondita
  2. Radiografie dentali (fondamentali)
Molte lesioni FORL sono invisibili a occhio nudo e possono essere individuate solo tramite radiografia. Per questo motivo, una semplice ispezione orale non è sufficiente.

Qual è la terapia della FORL

Ad oggi, non esiste una terapia medica in grado di bloccare la FORL. L’unico trattamento efficace è: l’estrazione del dente colpito (o della sua porzione residua) L’estrazione elimina il dolore e permette al gatto di tornare a una qualità di vita normale. Molti proprietari temono che il gatto “non riesca più a mangiare”, ma in realtà:
  • i gatti si adattano molto bene
  • spesso mangiano meglio dopo l’intervento, perché il dolore scompare

Dopo l’estrazione: cosa aspettarsi

Dopo la terapia:
  • il dolore si riduce rapidamente
  • il comportamento migliora
  • l’appetito torna normale
Il controllo del dolore post-operatorio è fondamentale ed è parte integrante della terapia.

Si può prevenire la FORL?

Purtroppo non esiste una prevenzione certa, perché le cause non sono ancora completamente chiarite. Tuttavia, è possibile:
  • diagnosticare la FORL precocemente
  • ridurre il dolore
  • intervenire prima che le lesioni diventino estese
Per questo sono consigliati controlli odontostomatologici periodici, soprattutto nei gatti adulti e anziani.

In conclusione

La FORL è una malattia dolorosa, frequente e spesso silenziosa. Riconoscerla per tempo significa migliorare concretamente la qualità di vita del gatto. Se il tuo gatto cambia modo di mangiare, comportamento o tolleranza al contatto, una visita veterinaria è sempre il primo passo.

Dobermann

Il Dobermann è una delle razze canine più eleganti, intelligenti e versatili. Spesso associato al ruolo di cane da guardia, è in realtà un compagno estremamente sensibile, leale e profondamente legato al proprio proprietario. In questo articolo analizziamo in modo completo storia, origine, caratteristiche di razza, patologie più frequenti, carattere e consigli pratici per i proprietari, con un taglio veterinario.

Storia e origine della razza

Il Dobermann nasce in Germania alla fine del XIX secolo. La razza prende il nome da Karl Friedrich Louis Dobermann, esattore delle tasse e custode municipale, che aveva la necessità di un cane:

  • affidabile

  • protettivo

  • coraggioso

  • facilmente addestrabile

Per ottenere queste caratteristiche, incrociò diverse razze (tra cui Pinscher, Rottweiler, Greyhound e probabilmente Weimaraner), selezionando soggetti con forte tempra, intelligenza e resistenza.
Il risultato fu un cane polivalente, utilizzato inizialmente per la difesa personale e successivamente in ambito militare, di polizia e come cane da lavoro.

Caratteristiche di razza

Aspetto morfologico

Il Dobermann è un cane di taglia medio-grande, dal corpo asciutto e muscoloso.

  • Altezza:

    • Maschi: 68–72 cm

    • Femmine: 63–68 cm

  • Peso:

    • Maschi: 40–45 kg

    • Femmine: 32–35 kg

Mantello

  • Pelo corto, raso, aderente, senza sottopelo (o molto scarso)

  • Colori riconosciuti:

    • nero focato

    • marrone focato

    • (più rari: blu focato e isabella focato)

Movimento

Il trotto è elastico, potente e armonico, segno di grande efficienza biomeccanica.

Patologie veterinarie più frequenti

Il Dobermann è una razza che richiede attenzione sanitaria mirata, poiché predisposta ad alcune patologie ereditarie e acquisite.

1. Cardiomiopatia dilatativa (DCM)

  • Patologia più temuta nella razza

  • Colpisce il muscolo cardiaco causando insufficienza cardiaca e aritmie

  • Spesso asintomatica nelle fasi iniziali

  • Screening consigliato:

    • ecocardiografia

    • ECG Holter 24h (annuale, a partire dai 2–3 anni)

2. Sindrome di Wobbler (instabilità cervicale)

  • Compressione del midollo spinale a livello cervicale

  • Sintomi:

    • andatura incerta

    • debolezza degli arti posteriori

    • dolore cervicale

3. Malattia di von Willebrand

  • Disturbo della coagulazione del sangue

  • Può causare sanguinamenti eccessivi durante interventi chirurgici

  • Esiste un test genetico preventivo

4. Ipotiroidismo

  • Relativamente frequente

  • Sintomi:

    • aumento di peso

    • letargia

    • problemi cutanei

5. Torsione-dilatazione gastrica

  • Rischio elevato per la conformazione toracica

  • Emergenza veterinaria potenzialmente letale

  • Prevenzione fondamentale (vedi consigli al proprietario)

 

Carattere e comportamento

Il Dobermann è:

  • estremamente intelligente

  • fortemente orientato al proprietario

  • sensibile e reattivo

Contrariamente ai luoghi comuni, non è aggressivo di natura, ma:

  • protettivo

  • vigile

  • molto attento all’ambiente

Rapporto con la famiglia

  • Fortissimo legame con il nucleo familiare

  • Poco adatto a vivere isolato o in box

  • Soffre molto la solitudine prolungata

Con i bambini

  • Ottimo se correttamente socializzato

  • Sempre consigliata supervisione (come per tutte le razze)

 

Consigli veterinari e gestionali per i proprietari

✔ Attività fisica e mentale

  • Necessita di esercizio quotidiano

  • Fondamentale il lavoro mentale:

    • addestramento

    • problem solving

    • sport cinofili (obedience, utilità e difesa, mantrailing)

✔ Alimentazione

  • Dieta di alta qualità, bilanciata

  • Suddividere il pasto in 2–3 razioni giornaliere

  • Evitare attività intensa prima e dopo il pasto (prevenzione torsione gastrica)

✔ Prevenzione sanitaria

  • Controlli cardiologici regolari

  • Attenzione particolare prima di anestesie o interventi chirurgici

  • Monitoraggio precoce delle patologie genetiche

✔ Educazione

  • Addestramento coerente, mai coercitivo

  • Il Dobermann risponde molto meglio a un approccio basato su:

    • rinforzo positivo

    • relazione

    • chiarezza delle regole

 

Conclusione

Il Dobermann è un cane straordinario, ma non adatto a tutti. Richiede:

  • tempo

  • competenza

  • presenza

In cambio offre lealtà assoluta, intelligenza e una relazione profonda con il proprietario.
Con una corretta gestione sanitaria ed educativa, può essere un compagno eccezionale sia in ambito familiare che lavorativo.

Alcuni consigli per affrontare il freddo con i nostri animali

Introduzione

L’esposizione alle basse temperature rappresenta per cani e gatti non solo un disagio ma un vero e proprio stress fisiologico. Pur essendo dotati di mantelli che aiutano nella termoregolazione, questi animali possono sviluppare condizioni patologiche se esposti a freddo, vento, umidità e sbalzi di temperatura senza adeguate precauzioni. In inverno, la prevenzione e l’osservazione attenta sono fondamentali per tutelare il benessere del tuo pet.

1. Termoregolazione: i limiti naturali degli animali domestici

Cani e gatti mantengono la loro temperatura interna tramite meccanismi come:

  • il mantello e il sottopelo

  • il comportamento (accovacciarsi, rifugiarsi in zone riparate)

  • microcircolazione periferica

Questi meccanismi non sempre sono sufficienti, soprattutto in presenza di:

  • basse temperature prolungate

  • vento e umidità

  • malattie croniche (renali, cardiache o endocrine)

  • età estrema (cuccioli e geriatrici)

Nel complesso, un animale che trema, si ritira o non vuole uscire stà già combattendo contro il freddo e ha bisogno di protezione immediata

2. Comportamento all’aperto: neve, ghiaccio, tempo di esposizione

La neve e il ghiaccio sono scenari suggestivi, ma possono portare a perdita rapida di calore corporeo e a rischi di ipotermia e lesioni da freddo nei polpastrelli e nelle estremità

Consigli pratici

  • Riduci la durata delle passeggiate nelle giornate più rigide.

  • Evita le ore con vento forte o precipitazioni gelate.

  • Pulisci e asciuga sempre zampe e pliche cutanee al rientro.

  • Osserva i segni di fastidio: zoppia, scuotimento delle zampe, chinarsi spesso.

Attenzione anche all’uso di sale e prodotti antigelo, che possono irritare la pelle e risultare tossici se ingeriti durante la pulizia delle zampe

3. Indumenti e protezioni: sì, no e quando

L’abbigliamento per cani e gatti non è un accessorio estetico: è una misura di protezione termica nei soggetti che non tollerano bene il freddo. Questi includono:

  • cani di taglia piccola

  • razze a mantello corto

  • soggetti anziani o debilitati

  • animali tosati o con patologie croniche

Giubbini termici e cappottini aiutano a minimizzare la dispersione di calore, ma devono essere:

  • ben adattati alla misura

  • fatti di materiali traspiranti

  • asciutti e puliti

In animali giovani e sani con mantello fitto, l’abbigliamento è meno necessario, ma può comunque offrire comfort in condizioni molto rigide

4. Patologie più frequenti in inverno

Il freddo può essere un trigger o un aggravante per diverse condizioni cliniche nei pets:

4.1. Raffreddore e infezioni respiratorie

Come nell’uomo, condizioni come tosse dei canili o infezioni virali possono aumentare durante l’inverno, soprattutto con sbalzi termici frequenti. Mantenere vaccinazioni aggiornate protegge da molte di queste patologie

4.2. Ipotermia e congelamento

Se il corpo non riesce a mantenere la temperatura interna, il rischio è ipotermia. Le estremità (orecchie, cuscinetti, coda) possono subire congelamento se esposte troppo a lungo a temperature sotto lo zero

4.3. Artrosi e dolore articolare

Il freddo può esacerbare l’infiammazione cronica delle articolazioni, peggiorando l’arto doloroso e riducendo la mobilità, soprattutto nei cani anziani e nei gatti con malattie degenerative

5. Gestione domestica e ambientale

Una buona gestione in casa può fare la differenza:

  • Fornisci cuccette elevate da terra, lontane da correnti fredde e con coperte calde a disposizione.

  • Mantieni l’umidità dell’aria bilanciata per evitare secchezza cutanea.

  • Evita bagni frequenti che rimuovono gli oli naturali protettivi della pelle

Inoltre, controllare regolarmente lo stato di pelle e cuscinetti plantari aiuta a individuare secchezza, screpolature o irritazioni prima che diventino problematiche.

6. Alimentazione e metabolismo invernale

Durante il freddo, alcuni animali possono avere un aumento del fabbisogno energetico per mantenere la temperatura corporea. Ciò non significa necessariamente “dare più cibo”, ma piuttosto adeguare la dieta qualitativamente e monitorare il peso per evitare obesità o perdita di massa corporea.

È importante inoltre garantire sempre acqua fresca e non gelata per sostenere i processi fisiologici e prevenire disidratazione.

Conclusione

Il freddo non deve spaventare, ma va affrontato con consapevolezza. Ogni animale è unico e ha diverse capacità di adattamento alle basse temperature. Con un’adeguata pianificazione preventiva, osservazione quotidiana e supporto veterinario mirato, è possibile garantire che cani e gatti trascorrano l’inverno in salute, comfort e serenità.

Natale e animali: come proteggere cani e gatti durante le feste

Il periodo natalizio è un momento di gioia, ma per cani e gatti può nascondere numerosi pericoli. Tra abitudini alimentari diverse, cambiamenti di routine e decorazioni potenzialmente rischiose, è importante adottare alcune precauzioni per garantire feste serene e in sicurezza anche ai nostri animali.

1. Alimentazione natalizia: attenzione agli eccessi

Durante le feste aumenta il rischio di indigestione, pancreatite acuta e intossicazioni alimentari. Gli alimenti più pericolosi sono:

  • Cioccolato e cacao (tossici per la teobromina)

  • Uva, uvetta e frutta secca

  • Cipolle, aglio, cibi grassi e fritti

  • Dolci e alcol

 La pancreatite acuta nel cane è una delle urgenze veterinarie più frequenti nel periodo natalizio.

2. Decorazioni natalizie e corpi estranei

Palline, fili argentati, luci, nastri e piccoli addobbi possono essere ingeriti accidentalmente, causando:

  • Occlusioni intestinali

  • Perforazioni gastrointestinali

  • Soffocamento

 Massima attenzione soprattutto con gatti e cuccioli, molto attratti da tutto ciò che luccica o si muove.

3. Piante tossiche tipiche del Natale

Alcune piante decorative natalizie sono tossiche per cani e gatti:

  • Stella di Natale

  • Vischio

  • Agrifoglio

L’ingestione può provocare vomito, diarrea, ipersalivazione e, nei casi più gravi, disturbi cardiaci e neurologici.

4. Stress, petardi e variazione della routine

Rumori improvvisi, viaggi, visite frequenti e cambiamenti di ambiente possono causare:

  • Ansia

  • Tachicardia

  • Turbe digestive

  • Comportamenti distruttivi

Per i soggetti più sensibili sono utili:

  • Feromoni ambientali

  • Integratori calmanti

  • Mantenere, per quanto possibile, orari regolari di pappa e passeggiate.

 

5. Il Natale è anche prevenzione

Approfitta del periodo invernale per:

  • Richiami vaccinali

  • Controllo parassitologico

  • Esami del sangue negli animali anziani

  • Valutazione del peso corporeo dopo gli eccessi delle feste

La prevenzione è il miglior regalo che puoi fare al tuo animale.

Conclusione

Il Natale deve essere un momento di serenità anche per cani e gatti. Con poche e semplici attenzioni è possibile evitare molte emergenze veterinarie e vivere le feste in totale tranquillità.

Buone Feste a tutti, a due e a quattro zampe!