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Autore: silvia

Il gene MDR1 nel cane: perché è importante conoscerlo

1. Cos’è il gene MDR1

Il gene MDR1 (Multi Drug Resistance 1), anche conosciuto come ABCB1, codifica per una proteina chiamata P-glicoproteina. Questa proteina ha un ruolo fondamentale nel trasporto di sostanze tossiche e farmaci all’esterno delle cellule, in particolare a livello del sistema nervoso centrale, del fegato, dei reni e dell’intestino.
Quando il gene è alterato da una mutazione, la P-glicoproteina non funziona correttamente: il risultato è un accumulo anomalo di farmaci in alcuni tessuti, con conseguente tossicità anche da dosi normalmente sicure.

2. Razze che devono essere testate

La mutazione del gene MDR1 è ereditaria e particolarmente diffusa nei cani appartenenti a razze di origine collie. Le razze più frequentemente interessate sono:

  • Collie (Rough e Smooth)

  • Australian Shepherd

  • Shetland Sheepdog (Sheltie)

  • Border Collie

  • Old English Sheepdog

  • McNab

  • Whippet a pelo lungo

  • Silken Windhound

  • German Shepherd (in casi rari)

È buona norma testare anche i meticci che presentano tratti fenotipici di queste razze, poiché potrebbero essere portatori della mutazione.

3. Patologie e rischi correlati

Nei soggetti con mutazione del gene MDR1, la ridotta attività della P-glicoproteina comporta una maggiore sensibilità a diversi principi attivi farmacologici, tra cui:

  • Ivermectina (antiparassitario)

  • Loperamide (antidiarroico)

  • Milbemicina ossima e Moxidectina (antielmintici)

  • Doxorubicina, Vincristina, Vinblastina (chemioterapici)

  • Acepromazina e Butorfanolo (sedativi e analgesici)

  • Digossina (farmaco cardiaco)

L’esposizione a tali farmaci può causare segni neurologici gravi, come tremori, atassia, convulsioni, ipersalivazione, cecità temporanea e, nei casi più gravi, coma o morte.

4. Test genetico e prevenzione

Il test per la mutazione MDR1 è semplice e affidabile: si esegue mediante un tampone buccale o un prelievo di sangue, con analisi del DNA in laboratorio.
I risultati classificano il cane come:

  • N/N → soggetto normale (nessuna mutazione)

  • N/MDR1 → portatore eterozigote (sensibilità moderata)

  • MDR1/MDR1 → affetto (massima sensibilità ai farmaci)

Conoscere lo stato genetico del proprio cane permette al veterinario di scegliere terapie sicure ed evitare reazioni avverse potenzialmente letali.

5. Consigli per i proprietari

  • Effettuare sempre il test genetico nei cani appartenenti alle razze a rischio o nei meticci con caratteristiche simili.

  • Informare il veterinario dello stato MDR1 del proprio cane prima di qualsiasi trattamento farmacologico.

  • Evitare farmaci ad alto rischio (come ivermectina e loperamide) se il cane risulta positivo alla mutazione.

  • Non somministrare mai farmaci “da banco” o per uso umano senza consultare il veterinario.

  • Conservare il referto del test genetico e presentarlo in caso di visite in altre cliniche o durante viaggi.

 

Conclusione

Il gene MDR1 rappresenta un esempio concreto di quanto la genetica veterinaria sia utile nella pratica clinica quotidiana. Con un semplice test è possibile evitare reazioni farmacologiche gravi e garantire una gestione terapeutica sicura e personalizzata.
Conoscere il profilo genetico del proprio cane non è solo una scelta consapevole, ma un vero atto d’amore verso il suo benessere.

Border Collie

1. Origini e storia della razza

Il Border Collie è una razza canina originaria delle regioni di confine tra Inghilterra e Scozia (“border”), dove fu selezionata a partire dal XIX secolo come cane da pastore per la conduzione delle greggi. Discende da antichi cani da lavoro britannici, utilizzati per radunare ovini e bovini in territori collinari e spesso impervi.
La selezione si è basata quasi esclusivamente sulla capacità di lavoro e sull’intelligenza, più che sull’aspetto estetico. Il risultato è stato un cane estremamente collaborativo, attento e dotato di un istinto naturale per la gestione del bestiame. Nel 1915 la razza venne ufficialmente denominata “Border Collie”, e solo nel 1976 fu riconosciuta dal Kennel Club inglese.

2. Caratteristiche fisiche

Il Border Collie è un cane di taglia media, con un corpo armonico e muscoloso, costruito per la resistenza e l’agilità.

  • Altezza al garrese: 48–56 cm nei maschi, 46–53 cm nelle femmine

  • Peso medio: 14–22 kg

  • Mantello: può essere liscio o di media lunghezza, con sottopelo fitto e impermeabile.

  • Colori: il più comune è il bianco e nero, ma esistono molte varianti (tricolore, red merle, blue merle, chocolate, sable).

  • Occhi: vivaci, spesso marroni, talvolta azzurri o eterocromi.

  • Orecchie: semi-erette o erette.

La sua espressione intelligente e vigile è uno dei tratti distintivi della razza.

3. Carattere e comportamento

Il Border Collie è considerato una delle razze più intelligenti al mondo. Apprende rapidamente nuovi comandi e mostra un’eccezionale capacità di concentrazione e memoria.
È un cane energico, sensibile e molto legato al proprietario. Necessita di costante stimolazione mentale e fisica: senza attività, tende ad annoiarsi e può sviluppare comportamenti ossessivi o distruttivi.
Non è una razza adatta a tutti: richiede esperienza, tempo e disponibilità all’addestramento. Eccelle negli sport cinofili come agility, obedience e sheepdog.

4. Patologie più frequenti

Sebbene generalmente robusto, il Border Collie può essere predisposto ad alcune patologie ereditarie:

  • Displasia dell’anca (HD): malformazione articolare che può causare dolore e zoppia.

  • Collie Eye Anomaly (CEA): malattia congenita dell’occhio che può portare a cecità.

  • Epilessia idiopatica: crisi convulsive di origine neurologica, spesso gestibili con terapia farmacologica.

  • Neuronal Ceroid Lipofuscinosis (NCL): rara malattia neurodegenerativa ereditaria.

  • Anomalie genetiche MDR1: mutazione che altera la risposta a vari farmaci (es. ivermectina).

Il test genetico e i controlli ortopedici precoci sono fondamentali nella selezione dei riproduttori.

5. Consigli per i proprietari

  • Attività fisica: deve potersi muovere quotidianamente, correre e svolgere attività strutturate.

  • Stimolazione mentale: giochi di problem solving, ricerca olfattiva e addestramento avanzato sono ideali.

  • Alimentazione: equilibrata e di qualità, per sostenere un metabolismo molto attivo.

  • Socializzazione precoce: importante per evitare eccessiva timidezza o iperreattività.

  • Visite veterinarie periodiche: controlli ortopedici, oculari e test genetici nei soggetti destinati alla riproduzione.

Il Border Collie è un compagno straordinario per chi può offrirgli tempo, attività e affetto, ma può diventare un cane problematico se confinato in un ambiente sedentario o privo di stimoli.

Conclusione

Il Border Collie rappresenta il perfetto equilibrio tra intelligenza, dedizione e instinto lavorativo. È una razza che, più di ogni altra, incarna il legame tra uomo e cane come cooperazione e fiducia reciproca. Affidato alle giuste mani, diventa un partner di vita insostituibile.

Alitosi nel cane e nel gatto

L’alitosi, o cattivo odore dell’alito, è una condizione spesso sottovalutata dai proprietari di animali domestici, che tendono a considerarla “normale” soprattutto nei soggetti anziani.
In realtà, un alito sgradevole è quasi sempre il segnale di una patologia sottostante, nella maggior parte dei casi a carico del cavo orale, ma talvolta anche di organi interni come stomaco, fegato o reni.
Riconoscere precocemente le cause dell’alitosi è fondamentale non solo per migliorare la qualità della vita dell’animale, ma anche per prevenire complicazioni gravi e dolorose.

1. La fisiologia del cavo orale

Il cavo orale dei cani e dei gatti è un ecosistema complesso, abitato da milioni di batteri, molti dei quali innocui o addirittura benefici.
Quando però la flora batterica si altera — per dieta inadeguata, scarsa igiene o presenza di patologie gengivali — si sviluppano microorganismi anaerobi che decompongono residui alimentari e tessuti organici, producendo composti solforati volatili (VSCs) come il metilmercaptano e l’idrogeno solforato, responsabili del classico odore putrido.

La saliva, normalmente, svolge un’azione tampone e detersiva; una salivazione ridotta o alterata, invece, favorisce la proliferazione batterica e l’insorgenza dell’alitosi.

2. Cause orali: la principale origine del problema

Malattia parodontale

È la causa più comune di alito cattivo nei cani (soprattutto di piccola taglia) e nei gatti adulti.
La placca batterica, inizialmente invisibile, si mineralizza trasformandosi in tartaro. Quest’ultimo irrita le gengive, provocando gengivite, tasche parodontali e progressiva distruzione dell’osso alveolare.
Il processo infiammatorio, alimentato da batteri anaerobi Gram-negativi, porta a necrosi dei tessuti e al rilascio di gas maleodoranti.
Nei casi avanzati, possono comparire dolore, perdita dei denti, difficoltà nella masticazione e, nei gatti, addirittura riassorbimenti dentali.

Stomatiti croniche e gengiviti immunomediate

Nei gatti, l’alitosi può essere associata a stomatite cronica felina, una malattia complessa in cui il sistema immunitario reagisce in modo esagerato alla placca batterica.
Spesso è correlata a infezioni virali (come calicivirus e herpesvirus felino), ma anche alla FeLV o FIV.
Il dolore è intenso, la mucosa appare ulcerata e l’alito estremamente fetido. Il trattamento può richiedere estrazioni dentali multiple e terapie immunomodulanti.

Ascessi, corpi estranei e neoplasie

Un corpo estraneo incastrato (spiga, scheggia di osso o pezzo di bastoncino) o un ascesso radicolare può determinare una infezione purulenta localizzata.
Nei soggetti anziani, l’alitosi può essere il primo segno di neoplasie orali (come il carcinoma squamocellulare o il melanoma maligno), che tendono a ulcerarsi e infettarsi rapidamente.

3. Cause sistemiche dell’alitosi

Non sempre l’origine è nel cavo orale. Alcune patologie interne possono modificare l’odore dell’alito in modo caratteristico:

  • Insufficienza renale cronica: l’accumulo di urea nel sangue porta alla formazione di ammoniaca, che dà all’alito un odore “uremico”, simile a quello dell’ammoniaca o della pipì.

  • Diabete mellito: quando non controllato, provoca la formazione di corpi chetonici che conferiscono un odore dolciastro e fruttato.

  • Malattie epatiche: la ridotta capacità del fegato di metabolizzare le tossine può causare un alito dal sentore dolciastro ma nauseante.

  • Disturbi gastrointestinali: gastrite, reflusso o alterazioni della flora intestinale possono contribuire a un alito pesante, anche in assenza di patologie dentali.

 

4. Diagnosi: indagare la causa, non mascherare l’odore

Una corretta diagnosi richiede un approccio sistematico.
Il veterinario effettua un esame del cavo orale per valutare:

  • quantità di placca e tartaro;

  • infiammazione gengivale;

  • mobilità dentale;

  • eventuali lesioni, ulcerazioni o masse.

Se necessario, si procede con:

  • Esame orale in anestesia, che permette di esplorare aree nascoste e pulire accuratamente i denti;

  • Radiografie dentali intraorali, per valutare lo stato delle radici e dell’osso;

  • Esami del sangue, per identificare patologie renali, epatiche o metaboliche.

Un’anamnesi accurata (tipo di alimentazione, abitudini di masticazione, eventuali vomiti o sete aumentata) completa il quadro diagnostico.

5. Terapia: eliminare la causa, non solo l’odore

Il trattamento dipende sempre dalla causa sottostante.

Malattia parodontale

  • Detartrasi ultrasonica professionale e lucidatura.

  • Estrazione dei denti mobili o infetti.

  • Terapia antibiotica e antinfiammatoria mirata, se necessario.

Stomatite felina

  • Antibiotici e antinfiammatori nei casi lievi.

  • Terapie immunosoppressive (come cortisonici o ciclosporina).

  • Estrazioni parziali o totali nei casi gravi per ridurre lo stimolo antigenico.

Patologie sistemiche

  • Terapia specifica per la malattia di base (es. fluidoterapia e dieta renale per l’insufficienza renale, insulina per il diabete, ecc.).

Rimedi fai-da-te da evitare

Collutori o spray per mascherare l’odore non risolvono il problema e possono essere irritanti o tossici.
Anche i rimedi “naturali” a base di oli essenziali vanno evitati senza indicazione veterinaria.

6. Prevenzione: la vera arma vincente

La prevenzione dell’alitosi passa attraverso una corretta igiene orale quotidiana e controlli periodici.

  • Spazzolamento dei denti: il metodo più efficace. Si usano spazzolini morbidi e dentifrici specifici per animali (mai umani!).

  • Snack e alimenti dentali: aiutano a ridurre la placca grazie all’azione meccanica.

  • Additivi per l’acqua e polveri da aggiungere al cibo: alcuni contengono sostanze enzimatiche o zinco che limitano la crescita batterica.

  • Controllo veterinario annuale: permette di intercettare precocemente gengiviti e accumuli di tartaro.

Nei soggetti predisposti, una detartrasi preventiva ogni 12-18 mesi è la soluzione ideale per mantenere gengive sane e un alito neutro.

7. Quando preoccuparsi

Rivolgiti al veterinario se noti:

  • alito improvvisamente più forte o pungente;

  • gengive arrossate o sanguinanti;

  • difficoltà nella masticazione o riluttanza a mangiare crocchette;

  • perdita di denti o salivazione eccessiva;

  • cambiamenti nell’odore dell’alito (dolciastro, ammoniacale, putrido).

Questi segnali non vanno ignorati: dietro a un semplice cattivo odore può celarsi una malattia dolorosa o sistemica.

Conclusione

L’alitosi non è un difetto estetico, ma un sintomo clinico.
Curarla significa prendersi cura della salute generale dell’animale, prevenendo dolore, infezioni e complicanze.
Una buona igiene orale quotidiana, una dieta equilibrata e visite veterinarie regolari sono la base per un sorriso sano e… un alito piacevole!

Le malattie cardiache nei piccoli animali

1. Introduzione

Le malattie cardiache nei cani e nei gatti rappresentano una delle principali cause di patologia cronica, soprattutto negli animali adulti e anziani.
Il cuore, organo centrale dell’apparato circolatorio, è responsabile della distribuzione del sangue e dell’ossigeno ai tessuti. Quando la sua funzione viene compromessa, si verificano alterazioni della pressione e dell’ossigenazione sistemica che, nel tempo, possono condurre allo scompenso cardiaco congestizio (CHF).

La difficoltà maggiore è che molte cardiopatie evolvono in modo subclinico per mesi o anni, fino alla comparsa di sintomi evidenti. La prevenzione e la diagnosi precoce diventano quindi fondamentali per prolungare la vita e migliorare il benessere dell’animale.

2. Tipologie di malattie cardiache

Le cardiopatie si classificano in due grandi categorie: congenite e acquisite.

2.1 Cardiopatie congenite

Sono presenti sin dalla nascita e dovute a malformazioni anatomiche del cuore o dei grossi vasi. Possono interessare valvole, setti o arterie.
Le più comuni sono:

  • Difetto del setto interventricolare (VSD) – un’apertura tra i due ventricoli che causa un passaggio anomalo di sangue.

  • Stenosi polmonare – restringimento della valvola polmonare, con aumento del carico sul ventricolo destro.

  • Stenosi subaortica – frequente in razze come Boxer e Golden Retriever.

  • Dotto arterioso di Botallo persistente (PDA) – molto comune nel Pastore Tedesco e nel Barboncino.

Alcune di queste patologie possono essere corrette chirurgicamente o gestite farmacologicamente se diagnosticate in tempo.

2.2 Cardiopatie acquisite

Compaiono nel corso della vita, spesso come conseguenza di degenerazioni valvolari o alterazioni del muscolo cardiaco.
Le principali sono:

  • Degenerazione mixomatosa della valvola mitrale (MMVD) – la più frequente nei cani di piccola taglia (Cavalier King Charles Spaniel, Barboncino, Bassotto, Shih Tzu). Porta a un reflusso di sangue dal ventricolo sinistro all’atrio sinistro.

  • Cardiomiopatia dilatativa (DCM) – tipica dei cani di taglia grande (Dobermann, Alano, Pastore Tedesco, Labrador). Il cuore diventa dilatato e meno efficiente nella contrazione.

  • Cardiomiopatia ipertrofica (HCM) – la più comune nei gatti, caratterizzata da un ispessimento del miocardio che riduce il riempimento ventricolare. Colpisce spesso razze predisposte come Maine Coon, Ragdoll, British Shorthair e Persiano.

 

3. Fisiopatologia e sintomi clinici

Quando il cuore non riesce più a pompare sangue in modo efficace, l’organismo attiva meccanismi compensatori (sistema renina-angiotensina-aldosterone, aumento della frequenza cardiaca, vasocostrizione periferica) che, nel tempo, peggiorano lo scompenso.

I sintomi clinici più frequenti includono:

  • Tosse cronica, specialmente notturna, causata da congestione polmonare o compressione dei bronchi.

  • Affaticamento e intolleranza all’esercizio, con necessità di pause frequenti o difficoltà a salire le scale.

  • Dispnea o tachipnea anche a riposo, segno di edema polmonare.

  • Sincope o collasso dovuti a ridotto flusso cerebrale.

  • Ascite (accumulo di liquidi addominali) o edemi periferici, nelle forme avanzate di scompenso destro.

  • Inappetenza e perdita di peso per ridotto apporto di ossigeno ai tessuti.

Nel gatto, i sintomi sono spesso più sfumati: respirazione con bocca aperta, postura accovacciata, letargia, o nei casi più gravi tromboembolismo aortico, che causa paralisi improvvisa degli arti posteriori.

4. Diagnosi: strumenti e indagini

La diagnosi delle cardiopatie richiede una valutazione combinata di segni clinici, auscultazione e diagnostica per immagini.

  • Visita clinica e auscultazione cardiaca: il soffio cardiaco è spesso il primo segnale, ma non sempre indica una malattia grave.

  • Radiografie toraciche: mostrano ingrandimento cardiaco, congestione polmonare o versamenti.

  • Ecocardiografia (ECO): rappresenta il gold standard per lo studio del cuore. Permette di misurare dimensioni, spessori, flussi e valvole, distinguendo le varie forme di cardiopatia.

  • Elettrocardiogramma (ECG): fondamentale per individuare aritmie, blocchi o fibrillazioni.

  • Biomarcatori ematici (NT-proBNP e troponina I): utili per distinguere una causa cardiaca da una respiratoria in presenza di difficoltà respiratoria e per monitorare la progressione della malattia.

  • Holter ECG (monitoraggio 24 ore): consigliato nei Dobermann e in razze predisposte alle aritmie ventricolari.

 

5. Terapia e gestione del paziente cardiopatico

L’obiettivo della terapia non è guarire la malattia, ma stabilizzare la funzione cardiaca e prevenire gli episodi di scompenso.

5.1 Terapia farmacologica

  • Pimobendan → migliora la contrattilità miocardica e riduce il carico di lavoro del cuore (inotropo e vasodilatatore).

  • ACE-inibitori (benazepril, enalapril, ramipril) → dilatano i vasi e riducono la pressione di riempimento.

  • Diuretici (furosemide, torasemide) → eliminano i liquidi in eccesso, riducendo l’edema.

  • Spironolattone → antagonista dell’aldosterone, utile a lungo termine.

  • Antiaritmici (sotalolo, mexiletina, amiodarone) → nei casi con aritmie significative.

  • Antitrombotici e anticoagulanti (clopidogrel, eparina) → fondamentali nel gatto con HCM.

5.2 Gestione alimentare e ambientale

  • Riduzione del sodio nella dieta.

  • Mantenimento di un peso corporeo ideale (l’obesità aggrava lo scompenso).

  • Attività fisica moderata, evitando stress e sforzi intensi.

  • Controllo regolare con ecocardiografia ogni 6–12 mesi per adeguare la terapia.

 

6. Prognosi e qualità della vita

La prognosi varia notevolmente in base al tipo di cardiopatia e alla risposta terapeutica.

  • Nella degenerazione mitralica, gli animali trattati correttamente possono vivere anche 3–5 anni dopo la diagnosi.

  • Nei gatti con HCM, la sopravvivenza dipende dalla presenza di tromboembolia e dal grado di ispessimento miocardico.

  • La cardiomiopatia dilatativa ha una prognosi più riservata, ma la diagnosi precoce e la gestione attenta possono prolungare la vita in modo significativo.

La chiave è la collaborazione costante tra veterinario e proprietario, con monitoraggi periodici e aggiustamenti terapeutici mirati.

7. Conclusione

Le malattie cardiache nei cani e nei gatti sono complesse, ma non inevitabili nella loro progressione.
L’approccio moderno, basato su diagnosi precoce, monitoraggio continuo e terapia personalizzata, consente oggi di garantire una vita lunga e di buona qualità anche ai pazienti cardiopatici.
La sensibilità del proprietario nel riconoscere i primi segnali e la tempestività del veterinario nel diagnosticarli rappresentano i veri strumenti di prevenzione.

Avvelenamenti nei piccoli animali: cause, sintomi e terapie

Gli avvelenamenti rappresentano una delle più comuni emergenze in medicina veterinaria dei piccoli animali. Molti agenti tossici sono reperibili in ambiente domestico e spesso vengono ingeriti accidentalmente da cani e gatti. La gravità del quadro clinico dipende da fattori come il tipo di tossico, la quantità ingerita, la specie, l’età e le condizioni generali dell’animale.

1. Cioccolato

Il cioccolato contiene metilxantine (teobromina e caffeina), molecole con attività stimolante sul sistema nervoso centrale e cardiovascolare.

  • Dose tossica: nel cane varia da 100 a 200 mg/kg di teobromina; il cioccolato fondente e quello da pasticceria sono i più pericolosi.

  • Sintomi clinici: agitazione, tremori, poliuria, tachicardia, aritmie, vomito, diarrea, ipertermia; nei casi gravi convulsioni e morte.

  • Terapia: induzione dell’emesi entro 2 ore dall’ingestione (se l’animale è cosciente e non ci sono controindicazioni), lavanda gastrica, somministrazione di carbone attivo ripetuto, fluidoterapia endovenosa, controllo della frequenza cardiaca (beta-bloccanti) e dei sintomi neurologici (benzodiazepine).

 

2. Xilitolo

È un dolcificante naturale presente in caramelle, gomme da masticare, prodotti da forno e dietetici. Nei cani provoca una massiccia liberazione di insulina con conseguente ipoglicemia e, a dosaggi più elevati, necrosi epatica acuta.

  • Sintomi clinici: debolezza, atassia, vomito, tremori, convulsioni; successivamente ittero, coagulopatie ed encefalopatia epatica.

  • Terapia: monitoraggio della glicemia, somministrazione endovenosa di glucosio a infusione continua, epatoprotettori, fluidoterapia intensiva. Prognosi riservata nei casi complicati da danno epatico.

 

3. Farmaci ad uso umano

L’autosomministrazione di farmaci da parte del proprietario è una delle principali cause di avvelenamento.

  • Paracetamolo: particolarmente tossico nei gatti, che non possiedono le vie metaboliche per coniugarlo. Determina metemoglobinemia e necrosi epatica centrolobulare.

  • FANS (ibuprofene, aspirina, naprossene): causano ulcerazioni gastrointestinali, insufficienza renale acuta e alterazioni della coagulazione.

  • Sintomi clinici: vomito ematico, abbattimento, mucose pallide o cianotiche, anoressia, poliuria/polidipsia, dolore addominale.

  • Terapia: induzione del vomito se indicato, carbone attivo, fluidoterapia endovenosa aggressiva, gastroprotettori, antiemetici, acetilcisteina come antidoto specifico nel caso di intossicazione da paracetamolo.

 

4. Rodenticidi

Anticoagulanti cumarinici (warfarin, bromadiolone, brodifacoum)

  • Meccanismo d’azione: inibiscono la vitamina K e la sintesi dei fattori della coagulazione II, VII, IX e X.

  • Sintomi: emorragie spontanee (epistassi, ematomi sottocutanei, emorragie interne), pallore delle mucose, dispnea da emotorace o emoperitoneo.

  • Terapia: antidoto specifico con vitamina K1 per via orale o sottocutanea, per un periodo di 3-6 settimane.

Rodenticidi neurotossici (alfa-cloralosio, stricnina)

  • Sintomi: convulsioni, iperestesia, rigidità muscolare.

  • Terapia: sedativi (diazepam, barbiturici), fluidoterapia, controllo della temperatura corporea.

 

5. Piretroidi e permetrine

Molti prodotti antiparassitari per cani contengono piretroidi che sono altamente tossici per i gatti, incapaci di metabolizzarli correttamente.

  • Sintomi clinici: ipersalivazione, tremori, convulsioni, ipertermia, midriasi.

  • Terapia: lavaggio cutaneo immediato con shampoo delicato, sedazione con benzodiazepine o metocarbamolo, supporto intensivo con fluidi e controllo della temperatura.

 

6. Piante tossiche

  • Lilium spp. (giglio): causa insufficienza renale acuta fatale nei gatti.

  • Nerium oleander (oleandro): contiene glicosidi cardiotossici simili alla digitale.

  • Ciclamino, azalea, poinsettia: provocano sintomi gastrointestinali, neurologici o cardiaci.

  • Terapia: decontaminazione (emesi, carbone attivo), fluidoterapia, terapie sintomatiche specifiche a seconda della tossina.

 

Gestione clinica del sospetto avvelenamento

  • Anamnesi accurata: identificare tossico, quantità, tempo di ingestione.

  • Stabilizzazione del paziente: vie aeree, respirazione, circolo.

  • Decontaminazione: emesi, lavanda gastrica, carbone attivo, catartici se indicati.

  • Terapia sintomatica e di supporto: fluidoterapia, correzione di squilibri elettrolitici e acido-base, anticonvulsivanti, cardioprotettori.

  • Antidoti specifici: da somministrare tempestivamente quando disponibili.

 

Conclusioni

Gli avvelenamenti nei piccoli animali rappresentano un’emergenza che richiede diagnosi rapida e terapia mirata. La collaborazione del proprietario è fondamentale: portare con sé la confezione del prodotto ingerito e recarsi immediatamente dal veterinario aumenta le possibilità di successo terapeutico. La prevenzione rimane la strategia più efficace: custodire in modo sicuro alimenti, farmaci, sostanze chimiche e piante tossiche è il primo passo per proteggere cani e gatti.

Sphynx

Origine e storia

Lo Sphynx è una razza felina relativamente giovane, nata in Canada alla fine degli anni ’60, quando nacquero spontaneamente gattini privi di pelo per una mutazione genetica naturale. Grazie all’interesse degli allevatori, questo carattere è stato selezionato e stabilizzato attraverso incroci controllati, soprattutto con gatti Devon Rex e altre razze a pelo corto, al fine di mantenere un buon patrimonio genetico. Il nome “Sphynx” richiama la celebre Sfinge egizia, sottolineandone l’aspetto elegante e misterioso.

Caratteristiche di razza

Lo Sphynx è immediatamente riconoscibile per la mancanza di mantello, che in realtà non è totale: la pelle presenta spesso una sottile peluria, simile al velluto.

  • Fisico: di taglia media, muscoloso e ben proporzionato.

  • Testa: a forma di cuneo, con zigomi pronunciati e grandi orecchie larghe alla base.

  • Occhi: grandi, a limone, spesso di colore intenso.

  • Pelle: può presentare diverse colorazioni e pattern, visibili direttamente perché prive di pelo.

  • Temperamento: lo Sphynx è noto per la sua natura affettuosa, socievole e curiosa. Ama la compagnia umana e tende a seguire il proprietario in ogni attività domestica.

Patologie e punti delicati

La mancanza di pelo comporta sia vantaggi che vulnerabilità. Alcune condizioni sono più frequenti o meritano attenzione:

  • Problemi cutanei: eccesso di sebo, dermatiti e predisposizione a infezioni cutanee. La pelle necessita di pulizia regolare.

  • Ipersensibilità termica: non avendo protezione, lo Sphynx soffre maggiormente il freddo e va protetto da sbalzi di temperatura. Allo stesso tempo, può scottarsi facilmente al sole.

  • Cardiomiopatia ipertrofica (HCM): questa razza mostra una predisposizione genetica a questa patologia cardiaca, per cui sono consigliati controlli ecocardiografici periodici.

  • Problemi dentali: come in molte razze feline selezionate, lo Sphynx può essere predisposto a malattie del cavo orale.

Consigli per i proprietari

Chi sceglie di convivere con uno Sphynx deve essere consapevole delle sue necessità specifiche:

  1. Igiene cutanea: pulizie regolari della pelle con panni morbidi o bagnetti occasionali per rimuovere il sebo.

  2. Protezione termica: in inverno è utile offrire coperte, cucce calde o piccoli indumenti. In estate, evitare l’esposizione diretta al sole.

  3. Alimentazione equilibrata: lo Sphynx tende a bruciare più calorie per mantenere la temperatura corporea, quindi richiede una dieta bilanciata e leggermente più energetica.

  4. Visite veterinarie periodiche: controlli cardiologici, monitoraggio della cute e prevenzione delle malattie dentali sono fondamentali.

  5. Stimolazione e compagnia: essendo un gatto molto sociale, soffre la solitudine. È consigliabile dedicargli tempo o valutare la compagnia di un altro animale.

I pericoli dell’autunno per cani e gatti

L’autunno, con l’arrivo di piogge, umidità e abbassamento delle temperature, comporta una serie di rischi specifici per la salute dei piccoli animali. In questa stagione infatti aumentano i casi di intossicazioni, infestazioni parassitarie e riacutizzazioni di patologie croniche. Conoscere le principali problematiche consente al proprietario di adottare misure preventive e di rivolgersi tempestivamente al medico veterinario.

Piante, frutti e funghi tossici

Durante le passeggiate i cani possono ingerire sostanze vegetali pericolose:

  • Castagne e ghiande: contengono tannini e sostanze astringenti che provocano gastroenterite acuta, vomito e diarrea emorragica. In caso di ingestione massiva possono verificarsi fenomeni occlusivi.

  • Funghi selvatici: alcune specie (es. Amanita phalloides) sono epatotossiche e potenzialmente letali. I segni clinici comprendono ittero, coagulopatie e insufficienza epatica fulminante.

  • Corpi estranei vegetali (pigne, gusci duri): possono determinare occlusione intestinale o perforazioni a livello del tratto digerente.

 

Parassiti trasmessi da molluschi

Le piogge autunnali favoriscono la presenza di lumache e chiocciole, ospiti intermedi di parassiti:

  • Angiostrongylus vasorum: nematode che colonizza ventricolo destro e arteria polmonare del cane. Può determinare tosse cronica, dispnea, emottisi e in casi gravi insufficienza cardiaca destra.

  • Aelurostrongylus abstrusus: parassita polmonare del gatto, trasmesso anch’esso da molluschi, causa broncopolmonite cronica con sintomi respiratori progressivi.

 

Infestazioni da ectoparassiti

Contrariamente a quanto molti proprietari credono, in autunno pulci e zecche rimangono attive.

  • Ctenocephalides felis (pulce del gatto, molto frequente anche nel cane): può trasmettere Dipylidium caninum, Bartonella henselae e indurre dermatite allergica da pulci.

  • Ixodes ricinus (zecca dei boschi): anche a basse temperature può trasmettere ehrlichiosi, babesiosi e anaplasmosi.

  • L’ambiente domestico riscaldato favorisce lo sviluppo delle larve di pulce, prolungando il rischio tutto l’anno.

 

Patologie osteoarticolari

Il calo termico e l’umidità rappresentano un fattore di peggioramento per animali affetti da osteoartrite o altre patologie degenerative articolari.

  • Segni clinici: rigidità, zoppia, riluttanza al movimento.

  • Gestione: mantenimento del peso corporeo ideale, uso di superfici morbide e calde, integrazione con nutraceutici contenenti glucosamina, condroitinsolfato, acidi grassi omega-3, e, nei casi più avanzati, ricorso a terapie farmacologiche (FANS o molecole di nuova generazione).

 

️ Malattie respiratorie

Il cambio di stagione espone gli animali a patologie infettive delle vie respiratorie.

  • Nei cani è frequente la tracheobronchite infettiva (“tosse dei canili”), sostenuta da Bordetella bronchiseptica, virus parainfluenzali e adenovirus. Si manifesta con tosse secca, starnuti, rinorrea e, nei casi complicati, polmonite.

  • Nei gatti l’autunno favorisce la diffusione delle infezioni delle vie respiratorie superiori (FHV-1, calicivirus felino), soprattutto in colonie o ambienti affollati.

Conclusione

L’autunno è una stagione di transizione che può rappresentare una sfida per la salute di cani e gatti. Prevenzione antiparassitaria costante, attenzione all’ambiente, controlli clinici periodici e una corretta informazione al proprietario sono strumenti fondamentali per ridurre i rischi. Il ruolo del medico veterinario è cruciale non solo nella diagnosi e nella terapia, ma soprattutto nell’educazione del cliente verso una gestione consapevole del proprio animale.

Barboncino

Origine e storia

Il Barboncino, conosciuto anche come Poodle in inglese, è una delle razze canine più antiche e affascinanti. Le sue origini risalgono probabilmente al Medioevo, con radici in Germania e Francia. Inizialmente selezionato come cane da riporto in acqua (il termine francese caniche deriva da “cane à canard”, cioè “cane da anatra”), il Barboncino era apprezzato per le sue doti di nuotatore e la grande intelligenza. Nel tempo, da cane da lavoro si è trasformato in un elegante compagno delle corti europee, particolarmente amato da nobili e artisti.

Caratteristiche di razza

Il Barboncino è riconosciuto in diverse taglie: toy, nano, medio e grande (royal).

  • Aspetto: corpo armonico e proporzionato, testa elegante con muso dritto e occhi vivaci.

  • Mantello: ricciuto e fitto, ipoallergenico, disponibile in diversi colori (bianco, nero, marrone, albicocca, grigio).

  • Longevità: può vivere in media dai 12 ai 15 anni, talvolta anche di più.

Grazie al suo mantello, il Barboncino perde pochissimo pelo ed è spesso ben tollerato anche da persone allergiche. Richiede tuttavia toelettatura regolare per evitare nodi e mantenere il pelo in salute.

Carattere

Il Barboncino è considerato una delle razze più intelligenti in assoluto. È:

  • Affettuoso e legato al proprietario.

  • Vivace, giocherellone e adatto anche ai bambini.

  • Facile da addestrare, ricettivo e predisposto all’apprendimento.

  • Adattabile sia alla vita in appartamento che in spazi aperti, purché abbia stimoli mentali e fisici.

È una razza che soffre la solitudine e tende a sviluppare ansia da separazione se lasciata sola a lungo.

Patologie più frequenti

Come tutte le razze selezionate, anche il Barboncino può presentare una predisposizione ad alcune patologie:

  • Malattie ortopediche: lussazione della rotula, displasia dell’anca (più nei soggetti di taglia grande).

  • Problemi oculari: cataratta, atrofia progressiva della retina.

  • Patologie dermatologiche: dermatiti da allergia o da grooming, otiti ricorrenti per la conformazione del padiglione auricolare.

  • Malattie ereditarie: epilessia idiopatica, malattie endocrine come il morbo di Cushing o l’ipotiroidismo.

  • Problemi dentali: soprattutto nei toy e nei nani, con accumulo di tartaro e parodontite.

Consigli per i proprietari

  • Attività fisica: anche i barboncini più piccoli hanno bisogno di passeggiate regolari e giochi stimolanti.

  • Cura del pelo: spazzolatura frequente e toelettatura periodica sono indispensabili.

  • Educazione: l’addestramento precoce porta a ottimi risultati, data la spiccata intelligenza della razza.

  • Controlli veterinari: regolari visite per monitorare denti, occhi e articolazioni aiutano a prevenire problemi comuni.

  • Benessere psicologico: non lasciarlo troppo solo, stimolarlo con giochi di attivazione mentale e coinvolgerlo nella vita quotidiana della famiglia.

 

In sintesi, il Barboncino è un cane dall’aspetto elegante e dal cuore dolce, adatto a molte famiglie grazie alla sua versatilità e al carattere equilibrato. Con le giuste attenzioni, può essere un compagno fedele e gioioso per molti anni.

Ansia da separazione nel cane: come riconoscerla e affrontarla

1. Cos’è l’ansia da separazione

L’ansia da separazione è un disturbo comportamentale che colpisce una percentuale significativa di cani domestici (studi epidemiologici parlano dal 14 al 20% dei soggetti seguiti in cliniche comportamentali). È caratterizzata da uno stato di stress eccessivo che si manifesta quando il cane viene lasciato solo o separato dalla sua figura di attaccamento.
Dal punto di vista neurobiologico, si osserva una iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), con aumento della secrezione di cortisolo, ormone correlato allo stress.

2. Cause e fattori predisponenti

Le cause non sono univoche, ma multifattoriali:

  • Genetiche e temperamento: alcune razze (es. Border Collie, Pastore Tedesco, Labrador Retriever) sono considerate più predisposte, probabilmente per la loro spiccata socialità e bisogno di interazione.

  • Ambientali: cuccioli cresciuti senza un adeguato periodo di “desensibilizzazione” alla solitudine sviluppano più facilmente il problema.

  • Eventi traumatici o cambiamenti: traslochi, cambi di proprietario, periodi di isolamento (come nel lockdown) possono fungere da trigger.

  • Attaccamento disfunzionale: l’eccessiva dipendenza emotiva dal proprietario può amplificare le risposte ansiose.

 

3. Come si manifesta (segni clinici e comportamentali)

L’ansia da separazione non ha un quadro clinico univoco, ma presenta una costellazione di sintomi che il veterinario deve saper interpretare:

  • Vocalizzazioni: abbaio, ululato o guaiti persistenti.

  • Comportamenti distruttivi: rosicchiamento di porte, finestre, mobili; tipico è il danneggiamento delle aree da cui l’animale tenta di uscire.

  • Eliminazioni inappropriate: minzione o defecazione in casa, in assenza di patologie organiche.

  • Segni di iperattivazione autonoma: tachipnea, ipersalivazione, tremori.

  • Comportamenti compulsivi: autoleccamento, automutilazioni, movimenti stereotipati.
    Molti cani mostrano inoltre ansia anticipatoria: agitazione, ipervigilanza e stress già quando percepiscono segnali di uscita del proprietario (indossare scarpe, prendere le chiavi).

 

4. Diagnosi

La diagnosi si basa su:

  • Anamnesi comportamentale dettagliata, con descrizione del contesto e dei sintomi.

  • Registrazioni video: utili per documentare il comportamento del cane in assenza del proprietario.

  • Esclusione di cause organiche: infezioni urinarie, disturbi gastrointestinali, epilessia parziale o dolore cronico possono generare comportamenti simili.

  • Valutazione differenziale con altri disturbi comportamentali (fobie, sindrome da iperattività/impulsività, aggressività).

 

5. Trattamento e gestione

La gestione dell’ansia da separazione richiede un approccio multimodale:

a) Terapia comportamentale

  • Desensibilizzazione sistematica: esposizione graduale alla solitudine, partendo da pochi secondi fino a periodi più lunghi.

  • Contro-condizionamento: associare la separazione a stimoli positivi (giochi interattivi con cibo, kong ripieni, puzzle alimentari).

  • Modifica delle routine: ridurre i rituali di uscita e rientro, evitando eccessive manifestazioni affettive nei momenti critici.

b) Arricchimento ambientale

  • Offrire attività di masticazione, giochi olfattivi e stimoli cognitivi che favoriscono la produzione di endorfine e serotonina, con effetto calmante.

  • Creare spazi sicuri e confortevoli dove il cane possa rifugiarsi.

c) Supporto farmacologico

In casi gravi può essere indicato un supporto farmacologico, sempre sotto prescrizione veterinaria:

  • Antidepressivi triciclici (clomipramina).

  • Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) come la fluoxetina.

  • Nutraceutici e feromoni (es. DAP – Dog Appeasing Pheromone) come coadiuvanti.

d) Prognosi

Con un trattamento adeguato, il miglioramento si osserva nella maggior parte dei cani entro 2-3 mesi. Tuttavia, i casi cronici o molto gravi possono richiedere una gestione a lungo termine.

6. Conclusioni

L’ansia da separazione non è un “capriccio”, ma una vera e propria patologia comportamentale con basi neurobiologiche, che compromette il benessere del cane e la relazione con il proprietario.
Un approccio precoce, scientificamente fondato e personalizzato sul singolo soggetto, permette nella maggior parte dei casi di riportare equilibrio e serenità nella vita dell’animale e della sua famiglia.