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Autore: silvia

Le malattie cardiache nei piccoli animali

1. Introduzione

Le malattie cardiache nei cani e nei gatti rappresentano una delle principali cause di patologia cronica, soprattutto negli animali adulti e anziani.
Il cuore, organo centrale dell’apparato circolatorio, è responsabile della distribuzione del sangue e dell’ossigeno ai tessuti. Quando la sua funzione viene compromessa, si verificano alterazioni della pressione e dell’ossigenazione sistemica che, nel tempo, possono condurre allo scompenso cardiaco congestizio (CHF).

La difficoltà maggiore è che molte cardiopatie evolvono in modo subclinico per mesi o anni, fino alla comparsa di sintomi evidenti. La prevenzione e la diagnosi precoce diventano quindi fondamentali per prolungare la vita e migliorare il benessere dell’animale.

2. Tipologie di malattie cardiache

Le cardiopatie si classificano in due grandi categorie: congenite e acquisite.

2.1 Cardiopatie congenite

Sono presenti sin dalla nascita e dovute a malformazioni anatomiche del cuore o dei grossi vasi. Possono interessare valvole, setti o arterie.
Le più comuni sono:

  • Difetto del setto interventricolare (VSD) – un’apertura tra i due ventricoli che causa un passaggio anomalo di sangue.

  • Stenosi polmonare – restringimento della valvola polmonare, con aumento del carico sul ventricolo destro.

  • Stenosi subaortica – frequente in razze come Boxer e Golden Retriever.

  • Dotto arterioso di Botallo persistente (PDA) – molto comune nel Pastore Tedesco e nel Barboncino.

Alcune di queste patologie possono essere corrette chirurgicamente o gestite farmacologicamente se diagnosticate in tempo.

2.2 Cardiopatie acquisite

Compaiono nel corso della vita, spesso come conseguenza di degenerazioni valvolari o alterazioni del muscolo cardiaco.
Le principali sono:

  • Degenerazione mixomatosa della valvola mitrale (MMVD) – la più frequente nei cani di piccola taglia (Cavalier King Charles Spaniel, Barboncino, Bassotto, Shih Tzu). Porta a un reflusso di sangue dal ventricolo sinistro all’atrio sinistro.

  • Cardiomiopatia dilatativa (DCM) – tipica dei cani di taglia grande (Dobermann, Alano, Pastore Tedesco, Labrador). Il cuore diventa dilatato e meno efficiente nella contrazione.

  • Cardiomiopatia ipertrofica (HCM) – la più comune nei gatti, caratterizzata da un ispessimento del miocardio che riduce il riempimento ventricolare. Colpisce spesso razze predisposte come Maine Coon, Ragdoll, British Shorthair e Persiano.

 

3. Fisiopatologia e sintomi clinici

Quando il cuore non riesce più a pompare sangue in modo efficace, l’organismo attiva meccanismi compensatori (sistema renina-angiotensina-aldosterone, aumento della frequenza cardiaca, vasocostrizione periferica) che, nel tempo, peggiorano lo scompenso.

I sintomi clinici più frequenti includono:

  • Tosse cronica, specialmente notturna, causata da congestione polmonare o compressione dei bronchi.

  • Affaticamento e intolleranza all’esercizio, con necessità di pause frequenti o difficoltà a salire le scale.

  • Dispnea o tachipnea anche a riposo, segno di edema polmonare.

  • Sincope o collasso dovuti a ridotto flusso cerebrale.

  • Ascite (accumulo di liquidi addominali) o edemi periferici, nelle forme avanzate di scompenso destro.

  • Inappetenza e perdita di peso per ridotto apporto di ossigeno ai tessuti.

Nel gatto, i sintomi sono spesso più sfumati: respirazione con bocca aperta, postura accovacciata, letargia, o nei casi più gravi tromboembolismo aortico, che causa paralisi improvvisa degli arti posteriori.

4. Diagnosi: strumenti e indagini

La diagnosi delle cardiopatie richiede una valutazione combinata di segni clinici, auscultazione e diagnostica per immagini.

  • Visita clinica e auscultazione cardiaca: il soffio cardiaco è spesso il primo segnale, ma non sempre indica una malattia grave.

  • Radiografie toraciche: mostrano ingrandimento cardiaco, congestione polmonare o versamenti.

  • Ecocardiografia (ECO): rappresenta il gold standard per lo studio del cuore. Permette di misurare dimensioni, spessori, flussi e valvole, distinguendo le varie forme di cardiopatia.

  • Elettrocardiogramma (ECG): fondamentale per individuare aritmie, blocchi o fibrillazioni.

  • Biomarcatori ematici (NT-proBNP e troponina I): utili per distinguere una causa cardiaca da una respiratoria in presenza di difficoltà respiratoria e per monitorare la progressione della malattia.

  • Holter ECG (monitoraggio 24 ore): consigliato nei Dobermann e in razze predisposte alle aritmie ventricolari.

 

5. Terapia e gestione del paziente cardiopatico

L’obiettivo della terapia non è guarire la malattia, ma stabilizzare la funzione cardiaca e prevenire gli episodi di scompenso.

5.1 Terapia farmacologica

  • Pimobendan → migliora la contrattilità miocardica e riduce il carico di lavoro del cuore (inotropo e vasodilatatore).

  • ACE-inibitori (benazepril, enalapril, ramipril) → dilatano i vasi e riducono la pressione di riempimento.

  • Diuretici (furosemide, torasemide) → eliminano i liquidi in eccesso, riducendo l’edema.

  • Spironolattone → antagonista dell’aldosterone, utile a lungo termine.

  • Antiaritmici (sotalolo, mexiletina, amiodarone) → nei casi con aritmie significative.

  • Antitrombotici e anticoagulanti (clopidogrel, eparina) → fondamentali nel gatto con HCM.

5.2 Gestione alimentare e ambientale

  • Riduzione del sodio nella dieta.

  • Mantenimento di un peso corporeo ideale (l’obesità aggrava lo scompenso).

  • Attività fisica moderata, evitando stress e sforzi intensi.

  • Controllo regolare con ecocardiografia ogni 6–12 mesi per adeguare la terapia.

 

6. Prognosi e qualità della vita

La prognosi varia notevolmente in base al tipo di cardiopatia e alla risposta terapeutica.

  • Nella degenerazione mitralica, gli animali trattati correttamente possono vivere anche 3–5 anni dopo la diagnosi.

  • Nei gatti con HCM, la sopravvivenza dipende dalla presenza di tromboembolia e dal grado di ispessimento miocardico.

  • La cardiomiopatia dilatativa ha una prognosi più riservata, ma la diagnosi precoce e la gestione attenta possono prolungare la vita in modo significativo.

La chiave è la collaborazione costante tra veterinario e proprietario, con monitoraggi periodici e aggiustamenti terapeutici mirati.

7. Conclusione

Le malattie cardiache nei cani e nei gatti sono complesse, ma non inevitabili nella loro progressione.
L’approccio moderno, basato su diagnosi precoce, monitoraggio continuo e terapia personalizzata, consente oggi di garantire una vita lunga e di buona qualità anche ai pazienti cardiopatici.
La sensibilità del proprietario nel riconoscere i primi segnali e la tempestività del veterinario nel diagnosticarli rappresentano i veri strumenti di prevenzione.

Avvelenamenti nei piccoli animali: cause, sintomi e terapie

Gli avvelenamenti rappresentano una delle più comuni emergenze in medicina veterinaria dei piccoli animali. Molti agenti tossici sono reperibili in ambiente domestico e spesso vengono ingeriti accidentalmente da cani e gatti. La gravità del quadro clinico dipende da fattori come il tipo di tossico, la quantità ingerita, la specie, l’età e le condizioni generali dell’animale.

1. Cioccolato

Il cioccolato contiene metilxantine (teobromina e caffeina), molecole con attività stimolante sul sistema nervoso centrale e cardiovascolare.

  • Dose tossica: nel cane varia da 100 a 200 mg/kg di teobromina; il cioccolato fondente e quello da pasticceria sono i più pericolosi.

  • Sintomi clinici: agitazione, tremori, poliuria, tachicardia, aritmie, vomito, diarrea, ipertermia; nei casi gravi convulsioni e morte.

  • Terapia: induzione dell’emesi entro 2 ore dall’ingestione (se l’animale è cosciente e non ci sono controindicazioni), lavanda gastrica, somministrazione di carbone attivo ripetuto, fluidoterapia endovenosa, controllo della frequenza cardiaca (beta-bloccanti) e dei sintomi neurologici (benzodiazepine).

 

2. Xilitolo

È un dolcificante naturale presente in caramelle, gomme da masticare, prodotti da forno e dietetici. Nei cani provoca una massiccia liberazione di insulina con conseguente ipoglicemia e, a dosaggi più elevati, necrosi epatica acuta.

  • Sintomi clinici: debolezza, atassia, vomito, tremori, convulsioni; successivamente ittero, coagulopatie ed encefalopatia epatica.

  • Terapia: monitoraggio della glicemia, somministrazione endovenosa di glucosio a infusione continua, epatoprotettori, fluidoterapia intensiva. Prognosi riservata nei casi complicati da danno epatico.

 

3. Farmaci ad uso umano

L’autosomministrazione di farmaci da parte del proprietario è una delle principali cause di avvelenamento.

  • Paracetamolo: particolarmente tossico nei gatti, che non possiedono le vie metaboliche per coniugarlo. Determina metemoglobinemia e necrosi epatica centrolobulare.

  • FANS (ibuprofene, aspirina, naprossene): causano ulcerazioni gastrointestinali, insufficienza renale acuta e alterazioni della coagulazione.

  • Sintomi clinici: vomito ematico, abbattimento, mucose pallide o cianotiche, anoressia, poliuria/polidipsia, dolore addominale.

  • Terapia: induzione del vomito se indicato, carbone attivo, fluidoterapia endovenosa aggressiva, gastroprotettori, antiemetici, acetilcisteina come antidoto specifico nel caso di intossicazione da paracetamolo.

 

4. Rodenticidi

Anticoagulanti cumarinici (warfarin, bromadiolone, brodifacoum)

  • Meccanismo d’azione: inibiscono la vitamina K e la sintesi dei fattori della coagulazione II, VII, IX e X.

  • Sintomi: emorragie spontanee (epistassi, ematomi sottocutanei, emorragie interne), pallore delle mucose, dispnea da emotorace o emoperitoneo.

  • Terapia: antidoto specifico con vitamina K1 per via orale o sottocutanea, per un periodo di 3-6 settimane.

Rodenticidi neurotossici (alfa-cloralosio, stricnina)

  • Sintomi: convulsioni, iperestesia, rigidità muscolare.

  • Terapia: sedativi (diazepam, barbiturici), fluidoterapia, controllo della temperatura corporea.

 

5. Piretroidi e permetrine

Molti prodotti antiparassitari per cani contengono piretroidi che sono altamente tossici per i gatti, incapaci di metabolizzarli correttamente.

  • Sintomi clinici: ipersalivazione, tremori, convulsioni, ipertermia, midriasi.

  • Terapia: lavaggio cutaneo immediato con shampoo delicato, sedazione con benzodiazepine o metocarbamolo, supporto intensivo con fluidi e controllo della temperatura.

 

6. Piante tossiche

  • Lilium spp. (giglio): causa insufficienza renale acuta fatale nei gatti.

  • Nerium oleander (oleandro): contiene glicosidi cardiotossici simili alla digitale.

  • Ciclamino, azalea, poinsettia: provocano sintomi gastrointestinali, neurologici o cardiaci.

  • Terapia: decontaminazione (emesi, carbone attivo), fluidoterapia, terapie sintomatiche specifiche a seconda della tossina.

 

Gestione clinica del sospetto avvelenamento

  • Anamnesi accurata: identificare tossico, quantità, tempo di ingestione.

  • Stabilizzazione del paziente: vie aeree, respirazione, circolo.

  • Decontaminazione: emesi, lavanda gastrica, carbone attivo, catartici se indicati.

  • Terapia sintomatica e di supporto: fluidoterapia, correzione di squilibri elettrolitici e acido-base, anticonvulsivanti, cardioprotettori.

  • Antidoti specifici: da somministrare tempestivamente quando disponibili.

 

Conclusioni

Gli avvelenamenti nei piccoli animali rappresentano un’emergenza che richiede diagnosi rapida e terapia mirata. La collaborazione del proprietario è fondamentale: portare con sé la confezione del prodotto ingerito e recarsi immediatamente dal veterinario aumenta le possibilità di successo terapeutico. La prevenzione rimane la strategia più efficace: custodire in modo sicuro alimenti, farmaci, sostanze chimiche e piante tossiche è il primo passo per proteggere cani e gatti.

Sphynx

Origine e storia

Lo Sphynx è una razza felina relativamente giovane, nata in Canada alla fine degli anni ’60, quando nacquero spontaneamente gattini privi di pelo per una mutazione genetica naturale. Grazie all’interesse degli allevatori, questo carattere è stato selezionato e stabilizzato attraverso incroci controllati, soprattutto con gatti Devon Rex e altre razze a pelo corto, al fine di mantenere un buon patrimonio genetico. Il nome “Sphynx” richiama la celebre Sfinge egizia, sottolineandone l’aspetto elegante e misterioso.

Caratteristiche di razza

Lo Sphynx è immediatamente riconoscibile per la mancanza di mantello, che in realtà non è totale: la pelle presenta spesso una sottile peluria, simile al velluto.

  • Fisico: di taglia media, muscoloso e ben proporzionato.

  • Testa: a forma di cuneo, con zigomi pronunciati e grandi orecchie larghe alla base.

  • Occhi: grandi, a limone, spesso di colore intenso.

  • Pelle: può presentare diverse colorazioni e pattern, visibili direttamente perché prive di pelo.

  • Temperamento: lo Sphynx è noto per la sua natura affettuosa, socievole e curiosa. Ama la compagnia umana e tende a seguire il proprietario in ogni attività domestica.

Patologie e punti delicati

La mancanza di pelo comporta sia vantaggi che vulnerabilità. Alcune condizioni sono più frequenti o meritano attenzione:

  • Problemi cutanei: eccesso di sebo, dermatiti e predisposizione a infezioni cutanee. La pelle necessita di pulizia regolare.

  • Ipersensibilità termica: non avendo protezione, lo Sphynx soffre maggiormente il freddo e va protetto da sbalzi di temperatura. Allo stesso tempo, può scottarsi facilmente al sole.

  • Cardiomiopatia ipertrofica (HCM): questa razza mostra una predisposizione genetica a questa patologia cardiaca, per cui sono consigliati controlli ecocardiografici periodici.

  • Problemi dentali: come in molte razze feline selezionate, lo Sphynx può essere predisposto a malattie del cavo orale.

Consigli per i proprietari

Chi sceglie di convivere con uno Sphynx deve essere consapevole delle sue necessità specifiche:

  1. Igiene cutanea: pulizie regolari della pelle con panni morbidi o bagnetti occasionali per rimuovere il sebo.

  2. Protezione termica: in inverno è utile offrire coperte, cucce calde o piccoli indumenti. In estate, evitare l’esposizione diretta al sole.

  3. Alimentazione equilibrata: lo Sphynx tende a bruciare più calorie per mantenere la temperatura corporea, quindi richiede una dieta bilanciata e leggermente più energetica.

  4. Visite veterinarie periodiche: controlli cardiologici, monitoraggio della cute e prevenzione delle malattie dentali sono fondamentali.

  5. Stimolazione e compagnia: essendo un gatto molto sociale, soffre la solitudine. È consigliabile dedicargli tempo o valutare la compagnia di un altro animale.

I pericoli dell’autunno per cani e gatti

L’autunno, con l’arrivo di piogge, umidità e abbassamento delle temperature, comporta una serie di rischi specifici per la salute dei piccoli animali. In questa stagione infatti aumentano i casi di intossicazioni, infestazioni parassitarie e riacutizzazioni di patologie croniche. Conoscere le principali problematiche consente al proprietario di adottare misure preventive e di rivolgersi tempestivamente al medico veterinario.

Piante, frutti e funghi tossici

Durante le passeggiate i cani possono ingerire sostanze vegetali pericolose:

  • Castagne e ghiande: contengono tannini e sostanze astringenti che provocano gastroenterite acuta, vomito e diarrea emorragica. In caso di ingestione massiva possono verificarsi fenomeni occlusivi.

  • Funghi selvatici: alcune specie (es. Amanita phalloides) sono epatotossiche e potenzialmente letali. I segni clinici comprendono ittero, coagulopatie e insufficienza epatica fulminante.

  • Corpi estranei vegetali (pigne, gusci duri): possono determinare occlusione intestinale o perforazioni a livello del tratto digerente.

 

Parassiti trasmessi da molluschi

Le piogge autunnali favoriscono la presenza di lumache e chiocciole, ospiti intermedi di parassiti:

  • Angiostrongylus vasorum: nematode che colonizza ventricolo destro e arteria polmonare del cane. Può determinare tosse cronica, dispnea, emottisi e in casi gravi insufficienza cardiaca destra.

  • Aelurostrongylus abstrusus: parassita polmonare del gatto, trasmesso anch’esso da molluschi, causa broncopolmonite cronica con sintomi respiratori progressivi.

 

Infestazioni da ectoparassiti

Contrariamente a quanto molti proprietari credono, in autunno pulci e zecche rimangono attive.

  • Ctenocephalides felis (pulce del gatto, molto frequente anche nel cane): può trasmettere Dipylidium caninum, Bartonella henselae e indurre dermatite allergica da pulci.

  • Ixodes ricinus (zecca dei boschi): anche a basse temperature può trasmettere ehrlichiosi, babesiosi e anaplasmosi.

  • L’ambiente domestico riscaldato favorisce lo sviluppo delle larve di pulce, prolungando il rischio tutto l’anno.

 

Patologie osteoarticolari

Il calo termico e l’umidità rappresentano un fattore di peggioramento per animali affetti da osteoartrite o altre patologie degenerative articolari.

  • Segni clinici: rigidità, zoppia, riluttanza al movimento.

  • Gestione: mantenimento del peso corporeo ideale, uso di superfici morbide e calde, integrazione con nutraceutici contenenti glucosamina, condroitinsolfato, acidi grassi omega-3, e, nei casi più avanzati, ricorso a terapie farmacologiche (FANS o molecole di nuova generazione).

 

️ Malattie respiratorie

Il cambio di stagione espone gli animali a patologie infettive delle vie respiratorie.

  • Nei cani è frequente la tracheobronchite infettiva (“tosse dei canili”), sostenuta da Bordetella bronchiseptica, virus parainfluenzali e adenovirus. Si manifesta con tosse secca, starnuti, rinorrea e, nei casi complicati, polmonite.

  • Nei gatti l’autunno favorisce la diffusione delle infezioni delle vie respiratorie superiori (FHV-1, calicivirus felino), soprattutto in colonie o ambienti affollati.

Conclusione

L’autunno è una stagione di transizione che può rappresentare una sfida per la salute di cani e gatti. Prevenzione antiparassitaria costante, attenzione all’ambiente, controlli clinici periodici e una corretta informazione al proprietario sono strumenti fondamentali per ridurre i rischi. Il ruolo del medico veterinario è cruciale non solo nella diagnosi e nella terapia, ma soprattutto nell’educazione del cliente verso una gestione consapevole del proprio animale.

Barboncino

Origine e storia

Il Barboncino, conosciuto anche come Poodle in inglese, è una delle razze canine più antiche e affascinanti. Le sue origini risalgono probabilmente al Medioevo, con radici in Germania e Francia. Inizialmente selezionato come cane da riporto in acqua (il termine francese caniche deriva da “cane à canard”, cioè “cane da anatra”), il Barboncino era apprezzato per le sue doti di nuotatore e la grande intelligenza. Nel tempo, da cane da lavoro si è trasformato in un elegante compagno delle corti europee, particolarmente amato da nobili e artisti.

Caratteristiche di razza

Il Barboncino è riconosciuto in diverse taglie: toy, nano, medio e grande (royal).

  • Aspetto: corpo armonico e proporzionato, testa elegante con muso dritto e occhi vivaci.

  • Mantello: ricciuto e fitto, ipoallergenico, disponibile in diversi colori (bianco, nero, marrone, albicocca, grigio).

  • Longevità: può vivere in media dai 12 ai 15 anni, talvolta anche di più.

Grazie al suo mantello, il Barboncino perde pochissimo pelo ed è spesso ben tollerato anche da persone allergiche. Richiede tuttavia toelettatura regolare per evitare nodi e mantenere il pelo in salute.

Carattere

Il Barboncino è considerato una delle razze più intelligenti in assoluto. È:

  • Affettuoso e legato al proprietario.

  • Vivace, giocherellone e adatto anche ai bambini.

  • Facile da addestrare, ricettivo e predisposto all’apprendimento.

  • Adattabile sia alla vita in appartamento che in spazi aperti, purché abbia stimoli mentali e fisici.

È una razza che soffre la solitudine e tende a sviluppare ansia da separazione se lasciata sola a lungo.

Patologie più frequenti

Come tutte le razze selezionate, anche il Barboncino può presentare una predisposizione ad alcune patologie:

  • Malattie ortopediche: lussazione della rotula, displasia dell’anca (più nei soggetti di taglia grande).

  • Problemi oculari: cataratta, atrofia progressiva della retina.

  • Patologie dermatologiche: dermatiti da allergia o da grooming, otiti ricorrenti per la conformazione del padiglione auricolare.

  • Malattie ereditarie: epilessia idiopatica, malattie endocrine come il morbo di Cushing o l’ipotiroidismo.

  • Problemi dentali: soprattutto nei toy e nei nani, con accumulo di tartaro e parodontite.

Consigli per i proprietari

  • Attività fisica: anche i barboncini più piccoli hanno bisogno di passeggiate regolari e giochi stimolanti.

  • Cura del pelo: spazzolatura frequente e toelettatura periodica sono indispensabili.

  • Educazione: l’addestramento precoce porta a ottimi risultati, data la spiccata intelligenza della razza.

  • Controlli veterinari: regolari visite per monitorare denti, occhi e articolazioni aiutano a prevenire problemi comuni.

  • Benessere psicologico: non lasciarlo troppo solo, stimolarlo con giochi di attivazione mentale e coinvolgerlo nella vita quotidiana della famiglia.

 

In sintesi, il Barboncino è un cane dall’aspetto elegante e dal cuore dolce, adatto a molte famiglie grazie alla sua versatilità e al carattere equilibrato. Con le giuste attenzioni, può essere un compagno fedele e gioioso per molti anni.

Ansia da separazione nel cane: come riconoscerla e affrontarla

1. Cos’è l’ansia da separazione

L’ansia da separazione è un disturbo comportamentale che colpisce una percentuale significativa di cani domestici (studi epidemiologici parlano dal 14 al 20% dei soggetti seguiti in cliniche comportamentali). È caratterizzata da uno stato di stress eccessivo che si manifesta quando il cane viene lasciato solo o separato dalla sua figura di attaccamento.
Dal punto di vista neurobiologico, si osserva una iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), con aumento della secrezione di cortisolo, ormone correlato allo stress.

2. Cause e fattori predisponenti

Le cause non sono univoche, ma multifattoriali:

  • Genetiche e temperamento: alcune razze (es. Border Collie, Pastore Tedesco, Labrador Retriever) sono considerate più predisposte, probabilmente per la loro spiccata socialità e bisogno di interazione.

  • Ambientali: cuccioli cresciuti senza un adeguato periodo di “desensibilizzazione” alla solitudine sviluppano più facilmente il problema.

  • Eventi traumatici o cambiamenti: traslochi, cambi di proprietario, periodi di isolamento (come nel lockdown) possono fungere da trigger.

  • Attaccamento disfunzionale: l’eccessiva dipendenza emotiva dal proprietario può amplificare le risposte ansiose.

 

3. Come si manifesta (segni clinici e comportamentali)

L’ansia da separazione non ha un quadro clinico univoco, ma presenta una costellazione di sintomi che il veterinario deve saper interpretare:

  • Vocalizzazioni: abbaio, ululato o guaiti persistenti.

  • Comportamenti distruttivi: rosicchiamento di porte, finestre, mobili; tipico è il danneggiamento delle aree da cui l’animale tenta di uscire.

  • Eliminazioni inappropriate: minzione o defecazione in casa, in assenza di patologie organiche.

  • Segni di iperattivazione autonoma: tachipnea, ipersalivazione, tremori.

  • Comportamenti compulsivi: autoleccamento, automutilazioni, movimenti stereotipati.
    Molti cani mostrano inoltre ansia anticipatoria: agitazione, ipervigilanza e stress già quando percepiscono segnali di uscita del proprietario (indossare scarpe, prendere le chiavi).

 

4. Diagnosi

La diagnosi si basa su:

  • Anamnesi comportamentale dettagliata, con descrizione del contesto e dei sintomi.

  • Registrazioni video: utili per documentare il comportamento del cane in assenza del proprietario.

  • Esclusione di cause organiche: infezioni urinarie, disturbi gastrointestinali, epilessia parziale o dolore cronico possono generare comportamenti simili.

  • Valutazione differenziale con altri disturbi comportamentali (fobie, sindrome da iperattività/impulsività, aggressività).

 

5. Trattamento e gestione

La gestione dell’ansia da separazione richiede un approccio multimodale:

a) Terapia comportamentale

  • Desensibilizzazione sistematica: esposizione graduale alla solitudine, partendo da pochi secondi fino a periodi più lunghi.

  • Contro-condizionamento: associare la separazione a stimoli positivi (giochi interattivi con cibo, kong ripieni, puzzle alimentari).

  • Modifica delle routine: ridurre i rituali di uscita e rientro, evitando eccessive manifestazioni affettive nei momenti critici.

b) Arricchimento ambientale

  • Offrire attività di masticazione, giochi olfattivi e stimoli cognitivi che favoriscono la produzione di endorfine e serotonina, con effetto calmante.

  • Creare spazi sicuri e confortevoli dove il cane possa rifugiarsi.

c) Supporto farmacologico

In casi gravi può essere indicato un supporto farmacologico, sempre sotto prescrizione veterinaria:

  • Antidepressivi triciclici (clomipramina).

  • Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) come la fluoxetina.

  • Nutraceutici e feromoni (es. DAP – Dog Appeasing Pheromone) come coadiuvanti.

d) Prognosi

Con un trattamento adeguato, il miglioramento si osserva nella maggior parte dei cani entro 2-3 mesi. Tuttavia, i casi cronici o molto gravi possono richiedere una gestione a lungo termine.

6. Conclusioni

L’ansia da separazione non è un “capriccio”, ma una vera e propria patologia comportamentale con basi neurobiologiche, che compromette il benessere del cane e la relazione con il proprietario.
Un approccio precoce, scientificamente fondato e personalizzato sul singolo soggetto, permette nella maggior parte dei casi di riportare equilibrio e serenità nella vita dell’animale e della sua famiglia.

L’obesità nel cane e nel gatto: una malattia da non sottovalutare

L’obesità rappresenta una delle patologie nutrizionali più diffuse negli animali da compagnia. Si stima che oltre il 30% dei cani e gatti nei Paesi occidentali sia in sovrappeso o obeso. Non si tratta soltanto di un problema estetico: l’eccesso di peso ha importanti ripercussioni sulla salute, riducendo l’aspettativa di vita e predisponendo a numerose malattie croniche.

Cosa predispone all’obesità

Diversi fattori contribuiscono all’aumento di peso:

  • Alimentazione ipercalorica: diete ricche di grassi e carboidrati, snack in eccesso, avanzi della tavola.

  • Sedentarietà: animali che vivono in appartamento, con scarsa attività fisica.

  • Sterilizzazione: dopo la castrazione si riducono i fabbisogni energetici e aumenta la predisposizione ad accumulare grasso.

  • Predisposizione genetica: alcune razze sono più soggette (es. Labrador Retriever, Beagle, Cocker Spaniel nei cani; gatti domestici a pelo corto e alcune razze come il Maine Coon).

  • Età: animali adulti e anziani hanno un metabolismo più lento.

 

Conseguenze e malattie collegate all’obesità

L’obesità non è un semplice accumulo di grasso, ma una vera e propria malattia metabolica e infiammatoria. Tra le principali complicanze:

  • Diabete mellito, soprattutto nel gatto.

  • Artrosi e problemi articolari, dovuti al sovraccarico.

  • Malattie cardiovascolari e respiratorie.

  • Ridotta funzionalità epatica e lipidosi epatica nel gatto.

  • Maggior rischio anestesiologico e chirurgico.

  • Riduzione dell’aspettativa di vita fino a 2 anni in meno rispetto a un animale normopeso.

 

Come valutare se un animale è obeso

Il peso corporeo da solo non è sufficiente: si utilizza il Body Condition Score (BCS), una scala da 1 a 9 che valuta la quantità di tessuto adiposo.

  • BCS 4-5/9: peso ideale.

  • BCS 6-7/9: sovrappeso.

  • BCS 8-9/9: obesità.

Nel cane e nel gatto obesi non si palpano facilmente le costole, la vita non è evidente e spesso è presente un addome pendulo.

Come ridurre il peso dell’animale

Il dimagrimento deve essere sempre programmato dal veterinario, evitando riduzioni drastiche che possono essere pericolose, soprattutto nei gatti.

  1. Dieta specifica per la riduzione del peso: alimenti commerciali “light” o diete formulate dal veterinario nutrizionista.

  2. Calcolo del fabbisogno energetico: stabilire quante calorie servono e ridurle progressivamente.

  3. Aumento dell’attività fisica: passeggiate regolari per i cani, giochi e arricchimento ambientale per i gatti.

  4. Controlli periodici: pesate mensili per monitorare i progressi.

 

Consigli pratici per i proprietari

  • Non offrire avanzi della tavola o snack non idonei.

  • Utilizzare alimenti bilanciati e con basso contenuto calorico.

  • Dividere la razione in più pasti al giorno per ridurre la fame.

  • Stimolare l’attività quotidiana: giochi interattivi, passeggiate, percorsi in casa.

  • Coinvolgere tutta la famiglia, evitando che qualcuno “sgarri” dando extra cibo di nascosto.

 

Conclusione: L’obesità nel cane e nel gatto è una malattia a tutti gli effetti, con conseguenze gravi sulla salute. La prevenzione, attraverso una corretta alimentazione e un adeguato stile di vita, è la strategia più efficace per mantenere il nostro animale in salute e garantirgli una vita lunga e di qualità.

Abissino

Il gatto Abissino è una delle razze più antiche e affascinanti del mondo felino. Amato per la sua bellezza selvaggia e il carattere vivace, è un compagno ideale per chi desidera un gatto affettuoso, intelligente e sempre attivo. In questo articolo vediamo la sua storia, le caratteristiche fisiche, il temperamento, le principali patologie e alcuni consigli pratici per chi sceglie di accoglierlo in casa.

Origini e storia della razza

Il gatto Abissino è considerato una delle razze domestiche più antiche. Le sue origini sono ancora avvolte nel mistero: secondo alcune teorie discenderebbe dai gatti dell’antico Egitto, raffigurati nei dipinti murali come animali eleganti e slanciati. Altri studi suggeriscono un legame con i gatti provenienti dall’Etiopia (un tempo chiamata Abissinia, da cui il nome).
La razza fu presentata per la prima volta in esposizione in Inghilterra nel XIX secolo e da allora si è diffusa in tutto il mondo, mantenendo intatto il suo fascino esotico.

Caratteristiche fisiche

Il gatto Abissino si distingue per:

  • Corpo: di taglia media, muscoloso, agile e slanciato.

  • Mantello: corto, setoso, aderente al corpo, con il tipico colore “ticked tabby”, in cui ogni singolo pelo presenta più bande di colore. Le varietà più diffuse sono ruddy, sorrel, blu e fawn.

  • Testa: a forma di cuneo con profilo dolce, orecchie grandi e leggermente appuntite.

  • Occhi: grandi, a mandorla, di colore ambra, verde o nocciola, intensi e vivaci.

L’aspetto complessivo richiama quello di un piccolo felino selvatico, elegante e dinamico.

Carattere e comportamento

Il gatto Abissino è noto per il suo temperamento attivo e curioso. Ama esplorare, arrampicarsi e partecipare alla vita quotidiana della famiglia. È un gatto:

  • estremamente intelligente, capace di apprendere giochi e piccole attività;

  • molto affettuoso, tende a creare un legame stretto con il proprietario;

  • giocherellone e vivace, richiede stimoli costanti, giochi interattivi e arricchimento ambientale;

  • sociale, in genere tollera bene altri animali e non ama la solitudine prolungata.

Non è il classico gatto indipendente e distaccato: l’Abissino cerca costantemente la compagnia umana.

Patologie e aspetti veterinari

Sebbene sia generalmente una razza sana e longeva (può vivere 12-15 anni o più), l’Abissino può essere predisposto ad alcune patologie ereditarie o frequenti:

  • Amiloidosi renale: una malattia ereditaria che provoca depositi di amiloide nei reni, con conseguente insufficienza renale cronica.

  • Deficienza di piruvato chinasi (PKD): malattia genetica che causa anemia emolitica.

  • Problemi gengivali e dentali, frequenti nei soggetti predisposti.

  • Atrofia progressiva della retina (PRA): patologia oculare che può portare a cecità.

Un controllo veterinario regolare e test genetici mirati negli allevamenti seri aiutano a ridurre il rischio di queste malattie.

Consigli per i proprietari

Accogliere un gatto Abissino significa comprendere le sue esigenze particolari:

  • Attività e arricchimento: necessita di giochi, tiragraffi alti e spazi per arrampicarsi.

  • Alimentazione bilanciata: dieta di qualità per mantenere il peso forma e supportare la massa muscolare.

  • Cure veterinarie regolari: controlli periodici, profilassi vaccinali e prevenzione delle malattie ereditarie.

  • Compagnia: non lasciarlo solo per troppe ore; valuta l’adozione di un secondo gatto se la casa rimane spesso vuota.

  • Igiene orale: controlli frequenti e, se necessario, pulizia dentale per prevenire gengiviti e malattie parodontali.

 

Conclusione

Il gatto Abissino è una razza affascinante, che unisce eleganza estetica e un carattere vivace e affettuoso. Non è un gatto “per tutti”: richiede tempo, stimoli e attenzioni costanti, ma chi sceglie di vivere con lui sarà ricompensato da un compagno straordinario, pieno di energia e amore.

Il trattamento del dolore cronico nel cane e nel gatto

1. Dolore cronico: definizione e basi fisiopatologiche

Il dolore cronico, a differenza di quello acuto, persiste oltre il normale tempo di guarigione ed è spesso associato a condizioni degenerative (come l’artrosi), neoplastiche o neurologiche.
Dal punto di vista fisiopatologico, il dolore cronico si sviluppa per:

  • sensibilizzazione periferica: iperattività dei nocicettori a livello dei tessuti lesionati;

  • sensibilizzazione centrale: alterazioni nei circuiti spinali e sovraspinali che amplificano la percezione dolorosa;

  • coinvolgimento di mediatori pro-infiammatori (citochine, prostaglandine, NGF – Nerve Growth Factor).

 

2. Terapie farmacologiche classiche

  • FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei): inibiscono la cicloossigenasi (COX-1 e COX-2), riducendo la produzione di prostaglandine. Principali molecole: carprofene, firocoxib, cimicoxib, meloxicam. Sono la base del trattamento dell’artrosi ma vanno usati con cautela nei soggetti con patologie renali o gastrointestinali.

  • Oppioidi: tramadolo, buprenorfina, morfina (soprattutto in contesto oncologico). Agiscono sui recettori μ, κ e δ, modulando la trasmissione nocicettiva.

  • Glucocorticoidi: meno utilizzati per la gestione a lungo termine per i noti effetti collaterali, ma talvolta indicati in specifici quadri infiammatori.

 

3. Terapie innovative

  • Anticorpi monoclonali anti-NGF: molecole che neutralizzano il Nerve Growth Factor, mediatore centrale nella trasmissione del dolore cronico. Attualmente disponibili:

    • Bedinvetmab (cane)

    • Frunevetmab (gatto)
      Questi farmaci hanno dimostrato un miglioramento significativo della mobilità e della qualità di vita in animali con artrosi, con un profilo di sicurezza molto favorevole.

  • Gabapentin e Amantadina: modulano rispettivamente il dolore neuropatico e la sensibilizzazione centrale, spesso utilizzati in combinazione con i FANS.

  • Medicina rigenerativa: infiltrazioni intra-articolari di plasma ricco di piastrine (PRP) o cellule staminali mesenchimali: riducono l’infiammazione e favoriscono la riparazione tissutale.

 

4. Integratori e nutraceutici

  • Condroprotettori: glucosamina, condroitin solfato, MSM, acido ialuronico – contribuiscono alla protezione della cartilagine articolare.

  • Acidi grassi omega-3 (EPA e DHA): effetto antinfiammatorio grazie alla modulazione della produzione di eicosanoidi pro-infiammatori.

  • Curcumina, boswellia serrata e antiossidanti: sostanze naturali che riducono lo stress ossidativo e l’infiammazione.

 

5. Gli ALIAmidi: un nuovo approccio al dolore e all’infiammazione

Gli ALIAmidi (Autacoid Local Injury Antagonist amides) sono molecole lipidiche endogene che svolgono un ruolo fondamentale nella modulazione della risposta infiammatoria e del dolore. Tra queste, la più studiata in veterinaria è la PEA (palmitoiletanolamide).

  • Meccanismo d’azione:

    • modulazione dei mastociti e delle cellule gliali, che giocano un ruolo cruciale nella sensibilizzazione periferica e centrale del dolore;

    • interazione con recettori nucleari (PPAR-α) e canali ionici TRPV1;

    • effetto “ALIAmide”: autoregolazione endogena dei processi infiammatori locali.

  • Applicazioni cliniche:

    • dolore cronico da osteoartrosi;

    • dolore neuropatico;

    • dermatopatie pruriginose con componente infiammatoria.

  • Vantaggi:

    • ottima tollerabilità e sicurezza;

    • utilizzo come terapia di supporto associata ai farmaci tradizionali, con riduzione della necessità di dosaggi elevati di FANS o oppioidi.

 

6. Terapie fisiche e complementari

  • Fisioterapia veterinaria: idroterapia, esercizi di rinforzo, stretching assistito.

  • Laserterapia, magnetoterapia, TENS: efficacia nel ridurre dolore e infiammazione locale.

  • Agopuntura: supporto nei casi refrattari o come coadiuvante delle terapie tradizionali.

 

7. Conclusioni

Il trattamento del dolore cronico nel cane e nel gatto richiede un approccio multimodale, che integri farmaci tradizionali, terapie innovative, nutraceutici (inclusi gli ALIAmidi) e fisioterapia.
La personalizzazione del protocollo terapeutico e il monitoraggio costante da parte del veterinario sono fondamentali per garantire all’animale non solo una riduzione del dolore, ma soprattutto un miglioramento della qualità di vita.